Archive: ammazzateci tutti

“Benvenuti a Rosarno”

Chi arriva a Rosarno è accolto alle porte del paese da un cartellone stradale emblematico, al tempo orgogliosamente installato dalle istituzioni locali: “Rosarno, città videosorvegliata”.
Proprio così. Qui si va dritti al sodo, ed attribuzioni culturali tipo “città d’arte” o simili non sono di casa. Benvenuti in terra di ‘ndrangheta.
Non è che gli altri comuni del reggino se la passino meglio, anzi. E’ una “fenomenologia della criminalità” ormai consolidata da tempo: cassonetti con evidenti segni di danneggiamento, strade eternamente dissestate con crateri che farebbero arrossire anche un geyser islandese, palazzine con mattoni a vista, cartellonistica stradale nei migliori dei casi divelta, ma di consuetudine crivellata da lupare e P38 a mo’ di groviera.

E’ così che qui i mafiosi marcano il territorio. Un po’ come i cani quando fanno la pipì per strada.
Le molotov inesplose si contano ormai come fossimo tornati negli anni Trenta e la sera si lasciavano i vuoti del latte davanti alla porta di casa.
Poi c’è il tritolo, raffinatissimo, che ieri ha fatto saltare per aria un negozio di informatica, oggi un bar o una pescheria, domani chi lo sa.

Da un lato una potenza militare spietata e molto più avanti in strategia anche di organizzazioni terroristiche come l’Eta o Al Quaeda, dall’altra una classe dirigente in gran parte culturalmente e politicamente indietro di più di quarant’anni rispetto al resto d’Italia. Nel mezzo i cittadini, per lo più  gente umile e che vorrebbe vivere onestamente, ma comunque facilmente inclini alla reverenza a questo o a quel padrone di turno. E questo è un problema patologico, non certo occasionale.

La prima vera dimostrazione pratica di cosa volesse dire la parola “dignità” ce l’hanno data poco più di un anno fa gli africani, quando contro due di loro furono esplosi diversi colpi di pistola. Sì, proprio quegli stessi immigrati che da sempre sono pagati meno di un pacchetto si sigarette e che ora sembrano aver perso la testa.
Vessati, malnutriti, picchiati, minacciati, e per di più ostaggio di quegli stessi caporalati ‘ndranghetistici che in molte occasioni paradossalmente si saranno subdolamente finanche fatti scudo delle leggi dello Stato per costringerli nuovamente al silenzio ogni qual volta avranno accennato ad alzare la testa: “Se vuoi stare qui così è, altrimenti denuncia ed espulsione immediata”.

Per questo io voglio continuare a credere nella buona fede degli immigrati, che ora cominciano a venire deportati lontano da Rosarno. E anche se hanno sbagliato nel modo di reagire, un po’ invidio il loro senso di solidarietà civile. Perché se la ‘ndrangheta oggi o domani sparasse ad un povero cristo calabrese, quello stesso popolo che si ritiene più civile di questi sporchi negri si volterebbe dall’altra parte. E’ l’eterna condanna di questa terra, e purtroppo noi abbiamo già letto e riletto pagine come queste.

(pubblicato su “U Cuntu” di Riccardo Orioles del 10 gennaio 2010)

A ciascuno il suo. Franceschini, Bersani, Loiero ed il Pd

Ciao a tutti, oggi parliamo di Partito democratico. Nello specifico dirò qualcosa su Agazio Loiero e sul Pd calabrese.
Lo spunto viene dal fatto che oggi a Cosenza il segretario uscente Dario Franceschini ha tenuto il suo “Discorso ai ragazzi del Sud”. Nel corso del suo intervento il candidato in corsa per le primarie ha parlato di legalità e sviluppo, chiedendo ai giovani di “prendersi il partito”. Ma il discorso, oltre che ai ragazzi del Sud sembrava essere rivolto soprattutto all’attuale classe dirigente del Sud, perché Franceschini, da politico navigato, ha toccato un nervo scoperto per il Partito democratico, specie nel Mezzogiorno, ovvero quello della questione morale, seppur connotandolo come mancanza di autorevolezza della politica. «Come fa una politica che ha perso autorevolezza – ha detto – a chiedere agli altri, ai cittadini, ciò che essa stessa non riesce ad essere? La politica chiede legalità ma spesso accetta l’illegalità. La politica chiede coraggio ma spesso non ha il coraggio di cambiare se stessa. Chiede sviluppo ma spesso non fa nulla per promuoverlo. La politica troppe volte chiede e non fa». «In questo momento – ha concluso il segretario del Pd – io avverto un disagio e, devo essere sincero, mi piacerebbe che lo stesso disagio lo avvertissero anche quegli amministratori che hanno gestito il potere e hanno fallito».
Mi verrebbe perciò da dire: Bravo Franceschini. Quasi quasi avrei voglia di prendere la tessera del suo partito e sostenerlo. Ma ci metto poco a capire che, alla fine, questi sono sempre da leggere come proclami da campagna elettorale. Ed ora vi spiego perchè.
A Franceschini fa eco la giovane eurodeputata Debora Serracchiani, sostenitrice del segretario uscente, che in una nota affidata alle agenzie scrive: <<per fare chiarezza è utile leggere i nomi di Bassolino, Loiero e Iervolino scritti in cima alle liste della mozione Bersani. Le persone non sono qualcosa di distinto dalle idee che incarnano e di cui sono simbolo - ha aggiunto la Serracchiani - e mi pare che la scelta di questi dirigenti come capilista sia perfettamente coerente con l’idea di Partito democratico che hanno in mente D’Alema e Bersani».
Ora, in tutta onestà, mi pare che anche Franceschini e la Serracchiani non possano andare mica poi tanto  orgogliosi del sostegno di nomi come Nicola Adamo e Mario Pirillo, meno noti alle cronache nazionali ma certamente non a quelle calabresi.
Si sa, non ho mai risparmiato critiche  - anche pesanti - al Governatore Loiero ed alla sua amministrazione, ma da qui ad accostarlo a Bassolino ce ne passa.
Loiero ha fatto tanti errori (non ultima proprio la gaffe su Ammazzateci Tutti in diretta radiofonica nazionale), ma ha dato corpo anche a provvedimenti seri e coraggiosi per i quali, da calabrese impegnato ormai da anni nel contrasto alla criminalità organizzata, non posso che dargli atto e merito. Penso, ad esempio, alla decisione di far costituire la Regione Calabria parte civile in tutti i processi contro la ‘ndrangheta, e -  last but not least – la creazione della Stazione Unica degli Appalti, realtà ad oggi unica in Italia, nominandovi quale commissario un magistrato al di sopra di ogni sospetto, uomo di indubbia professionalità ed autorevolezza: il Procuratore antimafia Salvatore Boemi.
E mentre Bassolino in Campania non è stato neanche in grado di gestire l’emergenza rifiuti, Loiero all’Ambiente può vantare con orgoglio un ottimo assessore regionale che si chiama Silvio Greco, ed è grazie a lui (che ha reperito i fondi per l’invio del robot sottomarino) se oggi sappiamo – purtroppo – con certezza che in fondo alle coste di Cetraro si trova una delle decine delle cosiddette “navi dei veleni” fatte affondare dalla ‘ndrangheta negli ultimi vent’anni.
A ciascuno il suo.

A Palermo, per non dimenticare

Sono in partenza per Palermo. Con i ragazzi di Ammazzateci Tutti abbiamo organizzato un pullman.

Paolo Borsellino vive.

PALERMO, 19/07/2009 - “Siamo a Palermo per dire che Paolo Borsellino è vivo, e lotta insieme a noi” E’ quanto afferma, in una nota, Aldo Pecora, leader del Movimento antimafia “Ammazzateci Tutti, nato in Calabria dopo l’omicidio Fortugno.
Pecora, presente oggi a Palermo con Rosanna Scopelliti (figlia del compianto giudice Antonino Scopelliti, trucidato dalla ‘ndrangheta il 9 agosto 1991) alla guida di una delegazione di cinquanta ragazzi calabresi presenti alla commemorazione del giudice ucciso, rilancia: “siamo venuti qui da tutta la Calabria per gridare che c’è un unico filo rosso che lega l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino all’omicidio del giudice calabrese Antonino Scopelliti, sostituto procuratore generale di Cassazione, ucciso poco prima di poter sostenere la pubblica accusa nel terzo ed ultimo grado di giudizio per il maxi-processo di Palermo, ai tempi del giudice Corrado Carnevale, noto  anche come ‘l’ammazzasentenze’”.
“Non è un caso – argomenta Pecora - che in meno di 12 mesi siano stati ammazzati tre ‘magistrati simbolo’: il 9 agosto del ‘91 il giudice Scopelliti, unico Pubblico Ministero ad opporsi al garantismo di Carnevale nel processo per la strage del Rapido 904 e che avrebbe certamente fatto di tutto perché la Cassazione non mandasse in aria il lavoro prezioso del pool di Palermo, già per metà smantellato nel processo di Appello. Poi gli artefici di tutto, i giudici Falcone e Borsellino, dopo che nel gennaio del ‘92 la Cassazione rese definitivi i 2665 anni di ergastolo inferti a Riina ed ai boss di Cosa Nostra”.
“Falcone, Borsellino e Scopelliti - continua Pecora – sono stati uccisi perché la mafia voleva dare un segnale molto in alto, ed ordinare allo Stato di scendere supinamente a patti con essa”
“Ora, nel ricordarli tutti, seguiamo con molta attenzione i fatti di Caltenissetta e le dichiarazioni di Ciancimino junior. Sperando – conclude il giovane leader del movimento antimafia - di non apprendere mai dalle aule giudiziarie che uomini dello Stato possano esser scesi a patti con la mafia, anziché distruggerla, e che le vite di Borsellino e tutti gli altri possano essere state oltraggiate non una ma due volte”.

Luigi De Magistris risponde

Ho ricevuto questa mattina una lettera da Luigi De Magistris, che pubblico qui di seguito integralmente.
In un primo momento avrei voluto controbattere anche qui, ma ho deciso che lo farò privatamente con il diretto interessato. Inutile dire che avrei preferito comunque leggerlo qualche settimana fa.

Caro Aldo,
ti scrivo queste poche righe con l’affetto di sempre, con la speranza di vederle pubblicate sul tuo Blog.
Quando ho letto la tua intervista al quotidiano della “famiglia” Berlusconi “Il Giornale” ho pensato al momento – tenuto anche conto della tua giovane età – che fossi caduto in un sapiente tranello, messo in atto  da un “furbo” giornalista. Quando, poi, mi hanno fatto notare che avevi inserito – evidentemente sentendotene orgoglioso – la tua intervista sul tuo blog, con addirittura un commento di presentazione che esordisce con i “mal di pancia” dei quali soffri, ho compreso che, evidentemente, in quelle dichiarazioni hai espresso il tuo reale pensiero.
Non voglio, in questa sede, sperando in un confronto civile e da amici, confutare le numerose inesattezze ed anche falsità da te descritte, in quanto sono convinto che, nella lotta per i diritti e nel percorso della giustizia, non bisogna dividersi – quante volte in questi mesi ti ho sentito parlar male, un po’ di tutti – ma unirsi, pur nelle diverse sensibilità, per affermare gli ideali di legalità, con trasparenza ed onestà, contro le mafie che opprimono questa Regione che entrambi amiamo.
Mi dispiace che tu faccia discendere il tuo affrettato rancore – che spero frutto di irruenza giovanile – da un breve sms di risposta ad un altrettanto breve messaggio di auguri. Ti ho risposto, caro Aldo, contrariamente a tanti altri miei amici, anche d’infanzia, con i quali, in questo periodo così convulso e difficile che ha stravolto la mia esistenza, non sono riuscito nemmeno a sentirmi e rispondere a loro messaggi: a stento sono riuscito ad informare mia madre. Ebbene, tu, da un laconico “grazie”, senza attendere dei giorni, senza una telefonata, senza confrontarti, rivolgi il tuo “cattivo” pensiero attraverso canali berlusconiani.
Ebbene, tengo a dirti, ma a comunicare soprattutto a tutti quei ragazzi straordinari che ho conosciuto in questi anni e che hanno manifestato la loro splendida solidarietà nei miei confronti, che non vi è stato incontro in questi mesi, non vi è stato dibattito, nel quale non abbia parlato dello straordinario affetto e del coraggio civile che ho riscontrato nei giovani calabresi, a cominciare da Ammazzateci tutti. Sono quei giovani dei quali ricordo le bellissime parole, gli scritti emozionanti, gli sguardi, le strette di mano che saranno sempre nel mio cuore e che potranno avere in me un punto di riferimento costante nell’affermazione della Giustizia e nel perseguimento degli ideali che sono a fondamento della nostra esistenza.
Oltre che triste, la tua intervista è ingiusta ed infondata, soprattutto perché saresti stata una delle prime persone che avrei contattato nella costruzione di un entusiasmante progetto al quale sto lavorando – unitamente a tanti esponenti della società civile e ad Antonio Di Pietro – per la realizzazione di un’altra Italia fondata sulla resistenza costituzionale, sulla pratica dei diritti e sulla lotta alle mafie. Soprattutto da giugno, dopo le elezioni, il mio impegno sarà, senza sosta, anche in Calabria e sarò sempre punto di riferimento di tutti quei giovani straordinari che ho conosciuto in questi anni, anche grazie al tuo impegno.
Le tue dichiarazioni non scalfiranno minimamente il mio affetto per tutti quei giovani che si riconoscono in ammazzateci tutti  e dai quali mi aspetto, nel futuro, un fattivo contributo per cambiare la Calabria che dovrà divenite una Regione della quale non bisognerà più vergognarsi perché intrisa di illegalità.
In relazione al tuo intervento, solo qualche piccola precisazione; in primo luogo sulle ferite: io non so tu che ferite hai, posso dirti, invece, che io, tra le tante ferite, ho quelle di non poter più fare il Pubblico Ministero, di essere stato costretto a lasciare la magistratura, di subire processi sommari, di essere trasferito lontano dalla mia famiglia, di dover vedere i miei figli due volte alla settimana, di subire la riduzione dello stipendio e potrei continuare quanto vuoi tu. Quindi ti invito – da amico – ad avere nella vita un approccio un po’ più umile se vuoi raggiungere i risultati a cui aspiri.
Sentirsi, poi, traditi perché non ti ho onorato di una telefonata preventiva è un po’ eccessivo, mi insegnava un mio vecchio maestro che non bisogna mai prendersi troppo sul serio: ho deciso da solo, caro Aldo, come sempre, e la decisione è stata comunicata non appena dal CSM hanno fatto sapere che avevo presentato domanda di aspettativa; il tradimento, Aldo, è altra cosa! E’, poi, falso che Veltroni abbia messo il veto alla mia candidatura alle politiche. Fui io che non accettai la proposta di Di Pietro – come dissi allora – in quanto, all’epoca, pensavo che vi fossero ancora margini, per me, per una “lotta” all’interno della magistratura. Ora non è più possibile per me fare il mestiere che amo come una missione, come ho spiegato, più volte, in questi giorni. Tra l’altro, se avessi accettato la candidatura alle politiche sarei stato eletto senz’altro grazie al sistema elettorale, mentre per le europee è tutto molto difficile, è rischioso e potrei non farcela se non avrò un grande sostegno da parte della popolazione. Le mie ambizioni personali, caro Aldo, erano quelle di fare il mio lavoro che tanto amavo, ma ora, seppur costretto, sono quelle, che reputo assai nobili, di cambiare questo Paese insieme anche a tutti i giovani onesti e coraggiosi della Calabria. Mi sorprende anche un po’ questa tua spocchia nel paragonarmi al collega Boemi ed a giudicare i metodi del mio lavoro.
Mi dispiace, insomma, non volendo più andare oltre, che attraverso Berlusconi tu ti sia presentato con queste sembianze. La lotta alle mafie, caro Aldo, io la farò sempre, come dimostra la mia storia professionale di anni di durissimo lavoro – sulla quale tanti si sono creati una immagine talvolta anche immeritata - e spero anche di averti al mio fianco, dopo giugno, non certo adesso prendendo atto, con sincero rammarico, della tua inaspettata “scelta di campo”: sono convinto, però, che ci ritroveremo nelle comuni battaglie nel contrasto alla criminalità organizzata.

Un caro saluto,

Luigi de Magistris

A proposito di De Magistris candidato…

Già alcuni “mal di pancia” si sono avvertiti dopo la scelta di Sonia Alfano di candidarsi alle Elezioni Europee. Aggiunto ciò al fatto che AT è un movimento a-partitico, mi sono trovato costretto a chiederle di rimettere il mandato di coordinatrice regionale per la Sicilia e di membro del coordinamento nazionale di Ammazzateci Tutti. E come buoni amici abbiamo discusso - e tanto - a proposito della sua imminente discesa in campo.
Ma dato che nelle ultime 24 ore il mio cellulare ulula di critiche ed insulti da parte di decine e decine di associazioni, movimenti e singoli cittadini che in Calabria hanno sostenuto Luigi De Magistris (raccogliemmo più di 100.000 firme a sua difesa), con mobilitazioni, assemblee e sit-in, e che hanno (me compreso) appreso della sua candidatura con Di Pietro solo dalla stampa, ho inteso precisare alcune cose.
L’ho fatto in un’intervista oggi pubblicata da “Il Giornale“. Ci tengo a ribadire una cosa: Luigi De Magistris è stato difeso perchè era nel giusto. Lo erano le sue inchieste, sottrattegli indebitamente perchè scomode. E, soprattutto, perchè se non avessimo tenuto accesi i riflettori a sua difesa l’avrebbero letteralmente triturato. Ma il tempo passa, e mentre io e molti amici stiamo ancora leccandoci le ferite, lui oggi ha fatto una scelta - autonoma, sottolineamolo - e se pur condivisibile o meno è una sua scelta.

Ecco l’intervista, a firma di Francesco Cramer:

ROMA - Aldo, di professione studente e leader del movimento anti ’ndrangheta Ammazzateci tutti, di cognome fa Pecora ma a De Magistris fa un «in bocca al lupo». Con un però.
Il vostro idolo s’è candidato con Di Pietro: vi siete parlati?
«Gli ho mandato un sms, “Buona fortuna… ”. Mi ha appena risposto: “Grazie!”. Tutto qui».
Deluso?
«Un po’. Avrei preferito una telefonata prima della sua discesa in campo. Saperlo così, dai giornali… Ci sentiamo un po’ traditi».
L’ultima volta che vi siete sentiti?
«Prima della manifestazione di piazza Farnese a Roma. Gli dissi: “Quando ti difendevamo noi davanti al Csm non c’erano né Grillo né Di Pietro”».
Ora è pure candidato: contenti?
«Mica tanto. Di Pietro, poi, è uno che i movimenti li smantella, li annienta».
E come?
«Ha fatto così pure con i girotondi. Pesca da lì per costruire il suo consenso».
Vuole sfruttare la popolarità di De Magistris?
«Certo, lo strumentalizza. Anche se potrebbe essersi portato in casa un cavallo di Troia».
Se l’aspettava la candidatura?
«Era nell’aria. D’altronde già alle politiche Di Pietro faceva la corte al pm ma poi arrivò il veto di Veltroni».
Tonino ha corteggiato pure lei?
«Sì ma risposi che in Calabria nell’Idv sono passate persone con cui non volevo avere a che fare».
Tipo?
«Franco La Rupa, indagato per mafia o Maurizio Feraudo, imputato per truffa e falso».
E lui?
«Disse: “Io, e non l’Idv, voglio fare qualcosa con te”».
Ma lei non abboccò.
«No, come rifiutai i corteggiamenti di Veltroni».
Pure?
«Mi offrì un seggio alla Camera: manco sapeva che non avevo neppure 25 anni. Declinai».
Torniamo a De Magistris: perché ha accettato la candidatura? Ambizioni personali?
«Temo di sì. Per noi resta una vittima».
A cui piacciono i riflettori.
«Sì. Di certo più del suo collega Salvatore Boemi: integerrimo ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria, altra vittima che però ha sempre rifuggito la ribalta mediatica».
Ora De Magistris è meno credibile?
«Sono meno credibili le sue battaglie: che restano sacrosante nonostante i metodi, più o meno discutibili».
Adesso che farete?
«Continueremo la nostra battaglia contro tutte le mafie, con o senza De Magistris».
Ha ragione il pg di Torino Maddalena: «I giudici non si candidino perché danneggiano l’immagine della magistratura»?
«Ha ragione Montesquieu: separazione dei poteri. E ha ragione pure Mancino: chi sceglie la politica lasci la toga per sempre. Anche se… ».
Anche se?
«Viene da dire “da che pulpito”».

(da “Il Giornale” di venerdì 20 marzo 2009, pag.12)

Bruno Contrada, l’Onore che non c’è.

Torno a scrivere dopo tanto, tantissimo tempo. Ringrazio il signor (ovviamente con la “s” minuscola) Contrada Bruno per l’occasione offertami così generosamente. Benritrovati a voi tutti.

Un ominicchio senza onore

Spesso, parlando dei fatti calabresi, ho cercato di stigmatizzarne ironicamente l’assurdità cercando sempre, però, di non ridurne mai la loro triste e cruda drammaticità.

Qui non siamo nuovi, purtroppo, alla protervia di taluni che, calpestando in ogni modo le leggi umane e dello Stato, con gli occhi freddi e le mani ancora grondanti di sangue, o le tasche piene di soldi, hanno negato l’evidenza delle proprie azioni, per di più ergendosi a vittime, perseguitati, capri espiatori da sacrificare all’altare del giustizialismo popolare.

Al tempo stesso questa è la regione dove, come ovviamente per tutto il Paese, viene sistematicamente punito chi cerca di esercitare la propria funzione nella società in maniera onesta, tutto funziona al contrario: chi denuncia viene denunciato e chi indaga viene indagato.

Lo ripeto continuamente ai bambini che incontro nelle scuole, per semplificare questi concetti altrimenti difficili da comprendere: “in Calabria può capitare che i topi inseguano i gatti ed i ladri inseguano le guardie”.

E se fino ad oggi ho preferito, per pietà, non entrare direttamente nelle vicende legate a Bruno Contrada, adesso non riesco a desistervi e voglio mettere nero su bianco, giusto per non essere frainteso, ogni mio convincimento. Lo faccio non tanto in segno di solidarietà all’amico Salvatore Borsellino, che non ne ha bisogno, ma quanto per suggerire al maggior numero possibile di persone il senso di disprezzo più profondo che ogni cittadino italiano dovrebbe in questo momento riservare esclusivamente al Contrada.

Innanzitutto chiariamo una cosa: Bruno Contrada ha concorso con la mafia e, seppur le sue mani non si siano macchiate direttamente del sangue di Falcone, Borsellino e degli uomini delle scorte, indirettamente lo considero anche io un assassino: così come è punito con la stessa pena di chi uccide anche chi concorre all’omicidio, io considero parimenti mafioso anche chi concorre più o meno direttamente o indirettamente a qual si voglia sodalizio criminale.

Chiariamo anche una seconda cosa: Bruno Contrada non ha mai chiesto la Grazia al Presidente della Repubblica, proprio perché non ha mai ammesso di essere colpevole, nonostante le prove schiaccianti che ne hanno determinato la condanna in tutti e tre i gradi di giudizio.

Non meno importante l’atteggiamento adottato dai familiari del Contrada, i quali spesso hanno accennato a “verità sconcertanti”, senza mai però denunciare queste verità alle autorità competenti. “Bruno sta pagando per tutti”, hanno spesso detto. Rincaro io la dose: Bruno Contrada è un personaggio che Sciascia avrebbe categorizzato tra gli ominicchi, un complice, un codardo, perché continua ancora a coprire le vergogne, gli interpreti ed i responsabili di chi, come spesso dice Salvatore Borsellino, ha costruito la cosiddetta Seconda Repubblica impastando assieme al cemento il sangue delle stragi del ‘92.

Chiariamo in terza istanza anche il fatto che Bruno Contrada non è stato scarcerato per decorrenza dei termini, come per Riina Junior, e che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa a lui contestato non si è prescritto come per il senatore a vita Giulio Andreotti.
A Bruno Contrada è stata revocata la misura della detenzione perché evidentemente per lui la legge è più uguale piuttosto che per altri, perché è riuscito a suscitare un non meglio identificabile senso di pietà, di pena, nei confronti di qualche animo pio.

Alla notizia di prossime sue querele a Salvatore Borsellino anche io, oggi più di prima, provo pena, anzi, disprezzo per Bruno Contrada: provo pena per un ominicchio che prima di appellarsi alle leggi ed alle Istituzioni dello Stato, dovrebbe scontare fino all’ultimo giorno, in carcere, fino all’ultima ora, in carcere, la pena infertagli per aver tradito quelle stesse leggi e quelle stesse Istituzioni dello Stato Repubblicano.

Prima di minacciare querele, Contrada dovrebbe soltanto inchinarsi di fronte a tutta la famiglia Borsellino, chiedendo umilmente perdono delle proprie malefatte ed omissioni di fronte a loro, a Dio ed alla storia. E prima di invocare le leggi a tutela del suo Onore, dovrebbe dimostrarci di possederlo, l’Onore.

Credo che nei corsi per le Scuole di Polizia si dovrebbe espressamente insegnare ai giovani aspiranti servitori dello Stato ad essere non tanto dei bravi poliziotti, ma certamente sforzarsi ad essere l’esatto contrario di Bruno Contrada.

Lentamente ritorna, Mastella.

Clemente Mastella

Ieri ho sperato che la notizia dell’archiviazione della posizione di Mastella nell’indagine Why Not fosse un pesce d’aprile. Ci ho sperato, ma la speranza in Calabria è già morta. La Procura generale di Catanzaro ha effettivamente archiviato tutto il capitolo riguardante l’ex guardasigilli.
E’ il preludio della disintegrazione chirurgica dell’indagine, che dopo essere stata tolte a De Magistris è stata affidata ad un apposito pool di magistrati. Apro una parentesi che chiudo subito: non ce l’ho con i magistrati in quanto tali, molti sono delle brave persone, ma è ovvio che se fai un pool sullo stile di quello di “Mani Pulite” è un conto, perché in quel caso erano tanti magistrati a lavorare su un gruppo di indagati portati poi a giudizio. Ma quando invece si tratta, come per Why Not, di una indagine basata alla radice su una serie di rapporti che legano diversi soggetti, una volta toltala al Pm che l’ha condotta per affidarla ad un pool, l’indagine va avanti bene solo se i magistrati lavorano insieme sull’intero capitolo investigativo, se invece “dividi” l’indagine in tronconi riferiti ai singoli indagati può venir meno l’oggetto di reato, ovvero nel caso di Why Not tra i tanti reati contestati cadrà certamente il reato quello associativo.
Un po’ la stesa cosa che è accaduta a Totò Cuffaro in Sicilia: non imputabile di associazione mafiosa in quanto si è ritenuto (meglio dire, si è riuscito a dimostrare) che egli abbia favorito singoli mafiosi e non l’intera associazione mafiosa in quanto tale.
Con questo accostamento non voglio puntare il dito contro nessuno, ma ho ritenuto opportuno condividere con i lettori questo semplice ragionamento, anche perché prima di Mastella sono già state archiviate le posizioni di altri indagati.
Tornando a Mastella, Clemente non ha ovviamente perso tempo ed ha addirittura chiesto l’intervento del Presidente della Repubblica nella sua veste di Presidente del Csm. Cosa vorrà adesso Mastella, far radiare De Magistris, farlo arrestare, ostracizzarlo?
Non ci sarebbe da stupirsene, e da buon discepolo il suo successore Luigi Scotti - lo stesso che ad “Anno Zero” lo ha difeso a spada tratta - ha già impugnato la sentenza punitiva del Csm su De Magistris perchè ritenuta troppo <<blanda>>. Prepariamoci a tutto.
Lentamente ritorna, Mastella. I panni della vittima gli calzano a pennello, povero perseguitato! Per non essere da meno alle cazzate sparate dalla Casta in questa campagna elettorale che lo vede assente (assente?), ha tuonato annunciando di aver dato mandato ai propri legali (magari glieli presterà Berlusconi, come ricompensa dei servigi resi al Senato) per valutare <<tutte le possibili azioni giudiziarie e amministrative>> a sua tutela <<per chiedere il risarcimento dei danni a chi ha lavorato (sul piano giudiziario, sul piano mediatico e su quello politico)>> per la sua <<eliminazione politica>>.
Tradotto: altro che pesce d’aprile! Mastella vuole querelarci tutti, non solo De Magistris, ma anche Marco Travaglio, noi di Ammazzateci Tutti, Beppe Grillo, Santoro e tutta la redazione di Anno Zero, Di Pietro, Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, Rosanna Scopelliti, Felice Lima ed i magistrati di “Uguale per tutti” e tutti quelli che avremmo “lavorato per la sua eliminazione politica”. Magari c’è già un pool che lavora su di noi e forse, in questo caso, si farà di tutto per dimostrare che sussiste una associazione a delinquere contro un singolo poveretto. Che criminali che siamo…! Lo dico spesso, non mi stupirei se oggi o domani i topi inseguissero i gatti, i gatti inseguissero i cani ed i ladri inseguissero le guardie.

Ammazzatecitutti di nuovo nel mirino

Ammazzatecitutti in corteo a Bari

A Pasquetta c’è stato chi non ha avuto altro di meglio da fare che tentare di  distruggere il sito di Ammazzateci Tutti.
Pubblico un mio pezzo, già pubblicato sul sito del Movimento questa mattina.

Siamo pericolosi, diamo fastidio, e per questo qualcuno (o più di qualcuno) vuole zittirci. C’e chi già lo fa quotidianamente, ignorandoci forzatamente, complice di quel silenzio assordante che avvolge la Calabria e tutta l’Italia quando si parla non tanto di lotta alla mafia, quanto quando parli (o scrivi) di lotta ai poteri forti, alle lobbies massonico-politico-affaristiche-mafiose: lì allora sì che vieni “indicato” come una scheggia impazzita, da zittire, annientare, isolare, rendere innocuo.

Ed a te, a voi che state leggendo, a voi nuovi uomini d’onore che anche ieri avete assoldato qualche delinquente informatico magari a noi coetaneo per “bucare” questo sito internet rivolgo a nome di tutti noi una sonora pernacchia, degna del migliore Alberto Sordi.

Ai lettori, che si chiederanno cosa sia successo spiego, senza neanche perderci su troppo tempo, che ieri, giorno di Pasquetta, alle due del pomeriggio, il nostro sito internet è stato nuovamente preso d’assalto da un pirata informatico.
Non è la prima volta che capita una cosa del genere, infatti abbiamo notevolmente potenziato i sistemi di protezione hardware e software già un anno e mezzo fa, quando venne sferrato il primo attacco (quasi letale) al nostro forum telematico.
Non chiamateli hacker, che per loro cultura e filosofia non distruggono nulla, chiamateli lamer, cracker, o più semplicemente killer. Si, killer, perché è evidente che ormai qualcuno ha dato ordine di annientarci, ed altro modo non hanno che colpirci direttamente al cuore: la comunicazione, la diffusione e la condivisione delle informazioni, laddove internet è per noi di fondamentale importanza.

Ci siamo riusciti, in meno di ventiquattro ore siamo nuovamente on-line. Ma non basta, e non è escluso che tutto ciò non riaccada, magari anche in modo letale e definitivo.
Non siamo (e non vogliamo essere) certo al pari di banche, ministeri, agenzie internazionali, server dove i delinquenti del web si misurano per dimostrare la loro folle ed inconcludente bravura informatica. Non possiamo e non dobbiamo permetterci firewall e sistemi di protezione miliardari come i loro.

Denunceremo nuovamente tutto ciò, ma questa volta non solo alla Polizia delle Comunicazioni, ma anche al Prefetto ed alla Procura di Reggio Calabria.
Scriveremo raccontando di quanto sta accadendo intorno ad Ammazzateci Tutti anche alle autorità europee ed internazionali.

Lotteremo, con tutte le nostre forze, per difendere la nostra libertà d’espressione ed il nostro diritto ad esercitarla.

Non potranno mai zittirci tutti.

Polistena/Bari sola andata.

Polistena, 21 marzo 2007

Rivendico sempre con orgoglio la mia “polistenesità” ogni qual volta vengo etichettato come ragazzo di Locri.
Polistena è una piccola cittadina di circa tredicimila abitanti in provincia di Reggio Calabria, a metà tra Metauro (oggi Gioia Tauro) e Locri, quindi a metà tra la cosca ionica e la cosca tirrenica della Calabria. Pardon, a metà tra la costa ionica e la costa tirrenica della Calabria.
Non ho mai parlato - per scelta - dei miei rapporti con Polistena, città nella quale sono cresciuto e che amo ulivo per ulivo, piazza per piazza, vicolo per vicolo, comignolo per comignolo, millimetro per millimetro.
Questa breve introduzione per ribadire ancora una volta, soprattutto ai compaesani che mi leggeranno, che il problema dei problemi di Polistena sono alcuni di loro, non tutto e tutti. Polistena non è zona franca, ha gli stessi identici problemi di qualsiasi altro paesino di provincia, da Arba a Canicattì.

Ieri ho partecipato, come sempre, alla Giornata della Memoria e dell’Impegno contro tutte le mafie, che per il 2008 Libera e don Luigi Ciotti hanno organizzato nella città di Bari.
La medesima giornata si era tenuta l’anno passato proprio nella mia Polistena, scelta come simbolo della Calabria che rinasce perché qui, su spinta di don Pino De Masi, arciprete del paese nonché referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro, un gruppo di giovani dell’interland ha creato la Cooperativa “Valle del Marro“, che gestisce diversi ettari di terreni confiscati al clan dei Piromalli a Gioia Tauro e dintorni. Un capitale potenziale, per intenderci, di diversi milioni di euro.
E da polistenese sono stato felice di partecipare - seppur passivamente (magari ne parlerò più in là) - a questo bel momento di coscientizzazione sociale del quale il mio piccolo paese è stato protagonista. Ho visto parteciparvi tutta la politica, unita dall’estrema destra all’estrema sinistra, tutti i cittadini, solitamente dediti a spettegolare l’uno dell’altro appena voltato l’angolo. C’erano tutti, proprio tutti.
Ed anche quest’anno, a Bari, ho ritrovato tanti di quei volti polistenesi, di ragazze e ragazzi, adulti, politici, laici, cattolici: sono stati organizzati dal Comune ben quattro pullman. Una partecipazione storica.
Sono da poco passate le 8.30 quando arrivo con i miei straordinari ragazzi di Ammazzateci Tutti (giunti da ogni parte d’Italia) nel parco di Punta Perotti, là dove sono stati demoliti i famosi “ecomostri”; è da qui che partirà il corteo che porterà fino a Piazza Prefettura, dove si assisterà agli interventi dal palco.
Manco a farlo apposta, ad accogliermi a Punta Perotti trovo due gonfaloni appoggiati ad una ringhiera, uno accanto all’altro: Comune di Polistena e Comune di San Giorgio Morgeto. Poco più avanti eccoli lì, i miei compaesani, stesi sul prato nelle posizioni più disparate: i pullman li hanno scaricati lì come bestiame alle cinque e mezza del mattino, poveretti.
Quando viaggi spesso, quando passi da un treno all’altro per incontrare ed incrociare città, facce e storie sconosciute e lontane kilometri dalla tua Calabria, sei felice di rivedere facce che ti sanno di casa, non importa che ti stiano più o meno simpatiche.
Ma tra queste facce comincio a scorgerne diverse per le quali non avrei scommesso un euro e sulla presenza e sulla coscienza di ciò che vuol dire lotta alla ‘ndrangheta.
Stupito mi avvicino ad alcuni di loro, sono più o meno miei coetanei: “Anche voi qui?“.
Eccertu, ‘ndi ficimu nà bella gita ‘a Bari ch’i sordi du’ Cumuni(ci siamo fatti una bella gita a Bari a spese del Comune). Ed ancora: “Sai chi mi ‘ndi futt’ a’ ‘mmìa dàa mafia… guarda quantu pilu chi ‘ncé ‘ccà” (Sai che me ne frega della mafia… guarda quante belle ragazze che ci sono qui).
In una frazione di secondo gran parte dei miei pregiudizi, che per un attimo avevo sognato di spezzare, si sono invece rafforzati. Per fortuna c’erano anche tante ragazze e tanti ragazzi polistenesi che invece cominciavano anche ad avvicinarsi al nostro stand chiedendo di poter acquistare una maglietta del Movimento, cosa che ha certamente riacceso in me ed in mio fratello Alessandro la speranza: rarissime volte, prima di Bari, qualche nostro compaesano ha espresso vicinanza alle nostre iniziative antimafia.
Chi ci conosce sa che Ammazzateci Tutti è un Movimento di rottura non solo con la mafia, ma anche e soprattutto con un certo modo (lucrativo e professionistico) di intendere l’antimafia. Non percepiamo elargizioni economiche da parte di regioni, provincie, comuni, ecc.
Ci autofinanziamo, in parte attraverso tutti i piccoli contributi di singoli cittadini e cittadine che in tutta Italia ci apprezzano, in parte attraverso i banchetti allestiti in manifestazioni come questa di Bari dove, dietro contributo volontario di almeno 5 euro, diamo in cambio una o più magliette.
Ora, è’ palese che se non c’è contributo noi non riusciamo a pagare nemmeno il costo della singola maglietta, eppure c’è stato a Bari chi quasi pretendeva che gliela regalassimo comunque. Come un gruppo di ragazze, delle quali non faccio i nomi non per codardia ma per decenza perché mie compaseane peraltro già impegnate nell’associazionismo cattolico, le quali si avvicinano al nostro banchetto chiedendo di poter avere le nostre magliette “Gratis“. E’ apprezzabile, come sempre, che anche loro si accorgano della nostra esistenza, ma spiego loro molto educatamente i motivi sopra detti, per i quali se non con un piccolo guadagno è essenziale per noi quanto meno riuscire a non perderci; offro loro la possibilità di averle “a metà prezzo”, giusto per pagarci in parte le spese.
Eccola la legalità, l’antimafia a pagamento, bravo bravo Aldo Pecora!” sbotta una di loro applaudendo a braccia larghe ed a voce alta pari solo ad una pescivendola.
E’ qui che abbandono la cordialità impostami e rispondo fermo: “Signorina, guarda che hai di fronte a te persone che non sono venute qui in gita, qui ci sono ragazzi come te che da anni fanno antimafia senza l’aiuto di nessuno, senza padri e padrini, ragazzi che sono venuti qui viaggiando a spese loro e non con quelli di Regione, Provincia e Comune. Chiaro?!“.
La pescivendola, rossa da far invidia ad un peperoncino, si allontana. Restano alcune sue amiche, una delle quali tiene a precisarmi che loro “non hanno mai ricevuto soldi da nessuno”. A lei spiego, molto educatamente, che non dubito affatto di ciò e che mai mi sognerei di pensare che loro direttamente siano pagate per fare volontariato, ma che se noi avessimo avuto la possibilità di avere sponsors che non abbiamo e non vogliamo avere, come invece fanno ed hanno realtà associazionistiche molto vicine a loro, ne stamperemmo e ne regaleremmo volentieri a centinaia di magliette.
Ma ormai il dado è tratto ed anche loro, dopo aver salutato, si allontanano. Alcune le ritroverò a manifestare nel corteo con striscioni e bandiere, altre (ed altri) a fare shopping ed ammirare le vetrine del Corso principale di Bari, aspettando la prossima gita antimafia a spese dei contribuenti polistenesi. Magari a Milano, dalle parti di Via Montenapoleone, per acquistare a sconto qualche vestito firmato.

Non arrenderti, Polistena. Non arrenderti mai.
La tua speranza sono loro, quei bambini che reggevano l’anno scorso lo striscione alla testa del corteo del 21 marzo politenese e che hanno gridato anche a Bari, per te e per tutti noi.

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