Nessuno è eterno
Qua siamo di passaggio, non si vive in eterno.
(E non è importante quanto si vive, ma come si vive.)
Qua siamo di passaggio, non si vive in eterno.
(E non è importante quanto si vive, ma come si vive.)

Ciao a tutti, oggi parliamo di Partito democratico. Nello specifico dirò qualcosa su Agazio Loiero e sul Pd calabrese.
Lo spunto viene dal fatto che oggi a Cosenza il segretario uscente Dario Franceschini ha tenuto il suo “Discorso ai ragazzi del Sud”. Nel corso del suo intervento il candidato in corsa per le primarie ha parlato di legalità e sviluppo, chiedendo ai giovani di “prendersi il partito”. Ma il discorso, oltre che ai ragazzi del Sud sembrava essere rivolto soprattutto all’attuale classe dirigente del Sud, perché Franceschini, da politico navigato, ha toccato un nervo scoperto per il Partito democratico, specie nel Mezzogiorno, ovvero quello della questione morale, seppur connotandolo come mancanza di autorevolezza della politica. «Come fa una politica che ha perso autorevolezza – ha detto – a chiedere agli altri, ai cittadini, ciò che essa stessa non riesce ad essere? La politica chiede legalità ma spesso accetta l’illegalità. La politica chiede coraggio ma spesso non ha il coraggio di cambiare se stessa. Chiede sviluppo ma spesso non fa nulla per promuoverlo. La politica troppe volte chiede e non fa». «In questo momento – ha concluso il segretario del Pd – io avverto un disagio e, devo essere sincero, mi piacerebbe che lo stesso disagio lo avvertissero anche quegli amministratori che hanno gestito il potere e hanno fallito».
Mi verrebbe perciò da dire: Bravo Franceschini. Quasi quasi avrei voglia di prendere la tessera del suo partito e sostenerlo. Ma ci metto poco a capire che, alla fine, questi sono sempre da leggere come proclami da campagna elettorale. Ed ora vi spiego perchè.
A Franceschini fa eco la giovane eurodeputata Debora Serracchiani, sostenitrice del segretario uscente, che in una nota affidata alle agenzie scrive: <<per fare chiarezza è utile leggere i nomi di Bassolino, Loiero e Iervolino scritti in cima alle liste della mozione Bersani. Le persone non sono qualcosa di distinto dalle idee che incarnano e di cui sono simbolo - ha aggiunto la Serracchiani - e mi pare che la scelta di questi dirigenti come capilista sia perfettamente coerente con l’idea di Partito democratico che hanno in mente D’Alema e Bersani».
Ora, in tutta onestà, mi pare che anche Franceschini e la Serracchiani non possano andare mica poi tanto orgogliosi del sostegno di nomi come Nicola Adamo e Mario Pirillo, meno noti alle cronache nazionali ma certamente non a quelle calabresi.
Si sa, non ho mai risparmiato critiche - anche pesanti - al Governatore Loiero ed alla sua amministrazione, ma da qui ad accostarlo a Bassolino ce ne passa.
Loiero ha fatto tanti errori (non ultima proprio la gaffe su Ammazzateci Tutti in diretta radiofonica nazionale), ma ha dato corpo anche a provvedimenti seri e coraggiosi per i quali, da calabrese impegnato ormai da anni nel contrasto alla criminalità organizzata, non posso che dargli atto e merito. Penso, ad esempio, alla decisione di far costituire la Regione Calabria parte civile in tutti i processi contro la ‘ndrangheta, e - last but not least – la creazione della Stazione Unica degli Appalti, realtà ad oggi unica in Italia, nominandovi quale commissario un magistrato al di sopra di ogni sospetto, uomo di indubbia professionalità ed autorevolezza: il Procuratore antimafia Salvatore Boemi.
E mentre Bassolino in Campania non è stato neanche in grado di gestire l’emergenza rifiuti, Loiero all’Ambiente può vantare con orgoglio un ottimo assessore regionale che si chiama Silvio Greco, ed è grazie a lui (che ha reperito i fondi per l’invio del robot sottomarino) se oggi sappiamo – purtroppo – con certezza che in fondo alle coste di Cetraro si trova una delle decine delle cosiddette “navi dei veleni” fatte affondare dalla ‘ndrangheta negli ultimi vent’anni.
A ciascuno il suo.
Sono in partenza per Palermo. Con i ragazzi di Ammazzateci Tutti abbiamo organizzato un pullman.
Paolo Borsellino vive.
PALERMO, 19/07/2009 - “Siamo a Palermo per dire che Paolo Borsellino è vivo, e lotta insieme a noi” E’ quanto afferma, in una nota, Aldo Pecora, leader del Movimento antimafia “Ammazzateci Tutti, nato in Calabria dopo l’omicidio Fortugno.
Pecora, presente oggi a Palermo con Rosanna Scopelliti (figlia del compianto giudice Antonino Scopelliti, trucidato dalla ‘ndrangheta il 9 agosto 1991) alla guida di una delegazione di cinquanta ragazzi calabresi presenti alla commemorazione del giudice ucciso, rilancia: “siamo venuti qui da tutta la Calabria per gridare che c’è un unico filo rosso che lega l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino all’omicidio del giudice calabrese Antonino Scopelliti, sostituto procuratore generale di Cassazione, ucciso poco prima di poter sostenere la pubblica accusa nel terzo ed ultimo grado di giudizio per il maxi-processo di Palermo, ai tempi del giudice Corrado Carnevale, noto anche come ‘l’ammazzasentenze’”.
“Non è un caso – argomenta Pecora - che in meno di 12 mesi siano stati ammazzati tre ‘magistrati simbolo’: il 9 agosto del ‘91 il giudice Scopelliti, unico Pubblico Ministero ad opporsi al garantismo di Carnevale nel processo per la strage del Rapido 904 e che avrebbe certamente fatto di tutto perché la Cassazione non mandasse in aria il lavoro prezioso del pool di Palermo, già per metà smantellato nel processo di Appello. Poi gli artefici di tutto, i giudici Falcone e Borsellino, dopo che nel gennaio del ‘92 la Cassazione rese definitivi i 2665 anni di ergastolo inferti a Riina ed ai boss di Cosa Nostra”.
“Falcone, Borsellino e Scopelliti - continua Pecora – sono stati uccisi perché la mafia voleva dare un segnale molto in alto, ed ordinare allo Stato di scendere supinamente a patti con essa”
“Ora, nel ricordarli tutti, seguiamo con molta attenzione i fatti di Caltenissetta e le dichiarazioni di Ciancimino junior. Sperando – conclude il giovane leader del movimento antimafia - di non apprendere mai dalle aule giudiziarie che uomini dello Stato possano esser scesi a patti con la mafia, anziché distruggerla, e che le vite di Borsellino e tutti gli altri possano essere state oltraggiate non una ma due volte”.

Ho ricevuto questa mattina una lettera da Luigi De Magistris, che pubblico qui di seguito integralmente.
In un primo momento avrei voluto controbattere anche qui, ma ho deciso che lo farò privatamente con il diretto interessato. Inutile dire che avrei preferito comunque leggerlo qualche settimana fa.
Caro Aldo,
ti scrivo queste poche righe con l’affetto di sempre, con la speranza di vederle pubblicate sul tuo Blog.
Quando ho letto la tua intervista al quotidiano della “famiglia” Berlusconi “Il Giornale” ho pensato al momento – tenuto anche conto della tua giovane età – che fossi caduto in un sapiente tranello, messo in atto da un “furbo” giornalista. Quando, poi, mi hanno fatto notare che avevi inserito – evidentemente sentendotene orgoglioso – la tua intervista sul tuo blog, con addirittura un commento di presentazione che esordisce con i “mal di pancia” dei quali soffri, ho compreso che, evidentemente, in quelle dichiarazioni hai espresso il tuo reale pensiero.
Non voglio, in questa sede, sperando in un confronto civile e da amici, confutare le numerose inesattezze ed anche falsità da te descritte, in quanto sono convinto che, nella lotta per i diritti e nel percorso della giustizia, non bisogna dividersi – quante volte in questi mesi ti ho sentito parlar male, un po’ di tutti – ma unirsi, pur nelle diverse sensibilità, per affermare gli ideali di legalità, con trasparenza ed onestà, contro le mafie che opprimono questa Regione che entrambi amiamo.
Mi dispiace che tu faccia discendere il tuo affrettato rancore – che spero frutto di irruenza giovanile – da un breve sms di risposta ad un altrettanto breve messaggio di auguri. Ti ho risposto, caro Aldo, contrariamente a tanti altri miei amici, anche d’infanzia, con i quali, in questo periodo così convulso e difficile che ha stravolto la mia esistenza, non sono riuscito nemmeno a sentirmi e rispondere a loro messaggi: a stento sono riuscito ad informare mia madre. Ebbene, tu, da un laconico “grazie”, senza attendere dei giorni, senza una telefonata, senza confrontarti, rivolgi il tuo “cattivo” pensiero attraverso canali berlusconiani.
Ebbene, tengo a dirti, ma a comunicare soprattutto a tutti quei ragazzi straordinari che ho conosciuto in questi anni e che hanno manifestato la loro splendida solidarietà nei miei confronti, che non vi è stato incontro in questi mesi, non vi è stato dibattito, nel quale non abbia parlato dello straordinario affetto e del coraggio civile che ho riscontrato nei giovani calabresi, a cominciare da Ammazzateci tutti. Sono quei giovani dei quali ricordo le bellissime parole, gli scritti emozionanti, gli sguardi, le strette di mano che saranno sempre nel mio cuore e che potranno avere in me un punto di riferimento costante nell’affermazione della Giustizia e nel perseguimento degli ideali che sono a fondamento della nostra esistenza.
Oltre che triste, la tua intervista è ingiusta ed infondata, soprattutto perché saresti stata una delle prime persone che avrei contattato nella costruzione di un entusiasmante progetto al quale sto lavorando – unitamente a tanti esponenti della società civile e ad Antonio Di Pietro – per la realizzazione di un’altra Italia fondata sulla resistenza costituzionale, sulla pratica dei diritti e sulla lotta alle mafie. Soprattutto da giugno, dopo le elezioni, il mio impegno sarà, senza sosta, anche in Calabria e sarò sempre punto di riferimento di tutti quei giovani straordinari che ho conosciuto in questi anni, anche grazie al tuo impegno.
Le tue dichiarazioni non scalfiranno minimamente il mio affetto per tutti quei giovani che si riconoscono in ammazzateci tutti e dai quali mi aspetto, nel futuro, un fattivo contributo per cambiare la Calabria che dovrà divenite una Regione della quale non bisognerà più vergognarsi perché intrisa di illegalità.
In relazione al tuo intervento, solo qualche piccola precisazione; in primo luogo sulle ferite: io non so tu che ferite hai, posso dirti, invece, che io, tra le tante ferite, ho quelle di non poter più fare il Pubblico Ministero, di essere stato costretto a lasciare la magistratura, di subire processi sommari, di essere trasferito lontano dalla mia famiglia, di dover vedere i miei figli due volte alla settimana, di subire la riduzione dello stipendio e potrei continuare quanto vuoi tu. Quindi ti invito – da amico – ad avere nella vita un approccio un po’ più umile se vuoi raggiungere i risultati a cui aspiri.
Sentirsi, poi, traditi perché non ti ho onorato di una telefonata preventiva è un po’ eccessivo, mi insegnava un mio vecchio maestro che non bisogna mai prendersi troppo sul serio: ho deciso da solo, caro Aldo, come sempre, e la decisione è stata comunicata non appena dal CSM hanno fatto sapere che avevo presentato domanda di aspettativa; il tradimento, Aldo, è altra cosa! E’, poi, falso che Veltroni abbia messo il veto alla mia candidatura alle politiche. Fui io che non accettai la proposta di Di Pietro – come dissi allora – in quanto, all’epoca, pensavo che vi fossero ancora margini, per me, per una “lotta” all’interno della magistratura. Ora non è più possibile per me fare il mestiere che amo come una missione, come ho spiegato, più volte, in questi giorni. Tra l’altro, se avessi accettato la candidatura alle politiche sarei stato eletto senz’altro grazie al sistema elettorale, mentre per le europee è tutto molto difficile, è rischioso e potrei non farcela se non avrò un grande sostegno da parte della popolazione. Le mie ambizioni personali, caro Aldo, erano quelle di fare il mio lavoro che tanto amavo, ma ora, seppur costretto, sono quelle, che reputo assai nobili, di cambiare questo Paese insieme anche a tutti i giovani onesti e coraggiosi della Calabria. Mi sorprende anche un po’ questa tua spocchia nel paragonarmi al collega Boemi ed a giudicare i metodi del mio lavoro.
Mi dispiace, insomma, non volendo più andare oltre, che attraverso Berlusconi tu ti sia presentato con queste sembianze. La lotta alle mafie, caro Aldo, io la farò sempre, come dimostra la mia storia professionale di anni di durissimo lavoro – sulla quale tanti si sono creati una immagine talvolta anche immeritata - e spero anche di averti al mio fianco, dopo giugno, non certo adesso prendendo atto, con sincero rammarico, della tua inaspettata “scelta di campo”: sono convinto, però, che ci ritroveremo nelle comuni battaglie nel contrasto alla criminalità organizzata.
Un caro saluto,
Luigi de Magistris

Già alcuni “mal di pancia” si sono avvertiti dopo la scelta di Sonia Alfano di candidarsi alle Elezioni Europee. Aggiunto ciò al fatto che AT è un movimento a-partitico, mi sono trovato costretto a chiederle di rimettere il mandato di coordinatrice regionale per la Sicilia e di membro del coordinamento nazionale di Ammazzateci Tutti. E come buoni amici abbiamo discusso - e tanto - a proposito della sua imminente discesa in campo.
Ma dato che nelle ultime 24 ore il mio cellulare ulula di critiche ed insulti da parte di decine e decine di associazioni, movimenti e singoli cittadini che in Calabria hanno sostenuto Luigi De Magistris (raccogliemmo più di 100.000 firme a sua difesa), con mobilitazioni, assemblee e sit-in, e che hanno (me compreso) appreso della sua candidatura con Di Pietro solo dalla stampa, ho inteso precisare alcune cose.
L’ho fatto in un’intervista oggi pubblicata da “Il Giornale“. Ci tengo a ribadire una cosa: Luigi De Magistris è stato difeso perchè era nel giusto. Lo erano le sue inchieste, sottrattegli indebitamente perchè scomode. E, soprattutto, perchè se non avessimo tenuto accesi i riflettori a sua difesa l’avrebbero letteralmente triturato. Ma il tempo passa, e mentre io e molti amici stiamo ancora leccandoci le ferite, lui oggi ha fatto una scelta - autonoma, sottolineamolo - e se pur condivisibile o meno è una sua scelta.
Ecco l’intervista, a firma di Francesco Cramer:
ROMA - Aldo, di professione studente e leader del movimento anti ’ndrangheta Ammazzateci tutti, di cognome fa Pecora ma a De Magistris fa un «in bocca al lupo». Con un però.
Il vostro idolo s’è candidato con Di Pietro: vi siete parlati?
«Gli ho mandato un sms, “Buona fortuna… ”. Mi ha appena risposto: “Grazie!”. Tutto qui».
Deluso?
«Un po’. Avrei preferito una telefonata prima della sua discesa in campo. Saperlo così, dai giornali… Ci sentiamo un po’ traditi».
L’ultima volta che vi siete sentiti?
«Prima della manifestazione di piazza Farnese a Roma. Gli dissi: “Quando ti difendevamo noi davanti al Csm non c’erano né Grillo né Di Pietro”».
Ora è pure candidato: contenti?
«Mica tanto. Di Pietro, poi, è uno che i movimenti li smantella, li annienta».
E come?
«Ha fatto così pure con i girotondi. Pesca da lì per costruire il suo consenso».
Vuole sfruttare la popolarità di De Magistris?
«Certo, lo strumentalizza. Anche se potrebbe essersi portato in casa un cavallo di Troia».
Se l’aspettava la candidatura?
«Era nell’aria. D’altronde già alle politiche Di Pietro faceva la corte al pm ma poi arrivò il veto di Veltroni».
Tonino ha corteggiato pure lei?
«Sì ma risposi che in Calabria nell’Idv sono passate persone con cui non volevo avere a che fare».
Tipo?
«Franco La Rupa, indagato per mafia o Maurizio Feraudo, imputato per truffa e falso».
E lui?
«Disse: “Io, e non l’Idv, voglio fare qualcosa con te”».
Ma lei non abboccò.
«No, come rifiutai i corteggiamenti di Veltroni».
Pure?
«Mi offrì un seggio alla Camera: manco sapeva che non avevo neppure 25 anni. Declinai».
Torniamo a De Magistris: perché ha accettato la candidatura? Ambizioni personali?
«Temo di sì. Per noi resta una vittima».
A cui piacciono i riflettori.
«Sì. Di certo più del suo collega Salvatore Boemi: integerrimo ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria, altra vittima che però ha sempre rifuggito la ribalta mediatica».
Ora De Magistris è meno credibile?
«Sono meno credibili le sue battaglie: che restano sacrosante nonostante i metodi, più o meno discutibili».
Adesso che farete?
«Continueremo la nostra battaglia contro tutte le mafie, con o senza De Magistris».
Ha ragione il pg di Torino Maddalena: «I giudici non si candidino perché danneggiano l’immagine della magistratura»?
«Ha ragione Montesquieu: separazione dei poteri. E ha ragione pure Mancino: chi sceglie la politica lasci la toga per sempre. Anche se… ».
Anche se?
«Viene da dire “da che pulpito”».
(da “Il Giornale” di venerdì 20 marzo 2009, pag.12)

Dannata emigrazione. E’ uno dei più grandi drammi della mia terra, forse il più grande. La Calabria sanguina da secoli, e non solo sotto i colpi della ‘ndrangheta. L’emigrazione è come un’emorragia continua, e la Calabria non riesce ancora a sviluppare le piastrine per coaugularla.
Certo, i motivi per i quali ce ne andiamo sono tanti: la fame, lo studio, la paura, il potere.
Il potere, appunto, forse il più perverso fine che “giustifica” questo infinito esodo. E gli elementi ritenuti quasi essenziali per accumulare potere sono mutuati in tutto e per tutto dalla ‘ndrangheta.
Si, perché noi calabresi, li conosciamo bene i nostri punti di forza; quei mezzucci di prevaricazione sociale vile e sciatta che ci portano ad essere forti con i deboli e deboli con i forti. La sincerità è un optional, la lealtà una romantica utopia. Il calabrese è geneticamente predisposto all’affabilità, alla piaggeria, all’irriverenza. Basti pensare che dalle mie parti è consuetudine scegliere compari e commari, padrini e madrine ancor prima del concepimento dei nascituri. I destini di tutti sono segnati, come nelle migliori leggende epiche. Nel bene e nel male.
Non sbaglia chi dice che i calabresi oggi siano la più grande colonia su Roma. Siamo dappertutto: in Rai, negli uffici ministeriali e pubblici in genere, nelle circoscrizioni comunali, negli ospedali, nelle associazioni, nelle scuole, sparpagliati nelle università. L’esercito calabrese conta oggi nella Capitale più di cinquecentomila persone, praticamente il 10% della popolazione totale. Il primo partito di Roma.
E nell’esercito dei calabresi a Roma ci sono anche due amici: Benito e Giuseppe. Coetanei, studenti fuori sede e colleghi d’università a Tor Vergata.
Benito, che di cognome fa Di Giorgio, porta con sé una pesante eredità: suo padre, stimato medico di Rizziconi, risulterebbe essere stato assessore comunale quando, nel 2000, il consiglio comunale fu sciolto per mafia. Vicesindaco, al tempo, era Pasquale Inzitari, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa su richiesta della DDA di Reggio Calabria nel maggio del 2008.
Ma a Rizziconi i voti del dottore/assessore fanno gola a molti e, dopo qualche anno di pit-stop, si decide l’ingresso in politica del rampollo di casa: Benito pensa bene di legarsi a Giuseppe, che è figlio di un noto politico calabrese, e grazie a lui comincia a frequentare ambienti romani del partito di Marini e Rutelli.
In Calabria, invece, nella sua Rizziconi, a maggio del 2007 Benito é eletto trionfalmente in consiglio comunale nelle fila di una lista civica di centrodestra. Gli oltre 400 voti che la famiglia Di Giorgio porta in dote gli garantiscono anche un posto da assessore.
Di Giorgio junior è l’antitesi del giovane politico: è un personaggio degno del miglior Camilleri, parla un dialetto strettissimo, certamente meno stretto della cintura, visto che – almeno quando lo conobbi qualche anno addietro (fu lo stesso Giuseppe a presentarmelo) – è ben piazzato, in carne e scoppia di salute. Infatti oggi nel suo paese fa l’assessore allo sport. Mi pare più che giusto.
Ma, fin qui, la storia sembra una delle tante storie di Calabria; invece, purtroppo, c’è dell’altro.
Non abbiamo ancora parlato di Giuseppe. E non vi nascondo di provare un discreto imbarazzo in questo momento, perché non riesco a spiegarmi come alcune situazioni possano essere talmente impossibili da farti venir voglia di gridare e piangere come un bambino.
Giuseppe di cognome fa Fortugno, e porta con sé un tragico trascorso familiare, che ha segnato irrimediabilmente la sua vita e la storia di tutta la Calabria: nel 2005 la ‘ndrangheta, a Locri, ammazzò suo padre, Franco Fortugno.
E dov’è l’imbarazzo? In fondo ognuno di noi ha amicizie border-line. Giuseppe conosce Benito e Benito conosce Giuseppe. E allora? Mica escono ogni giorno assieme, si vogliono bene e si sono promessi amicizia fraterna ed eterna? L’imbarazzo e l’incredulità stanno nel fatto che oggi, alla data in cui scrivo, Benito Di Giorgio, assessore comunale, figlio di altro assessore allorquando il comune che oggi amministra fu sciolto per mafia, è sostenuto e sponsorizzato fortemente da Giuseppe Fortugno alle imminenti elezioni per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione dell’Università di Tor Vergata di Roma. Non avrà difficoltà ad essere eletto, considerate l’importante sponsorship ed i voti che portano in dote entrambi.
Avete mai provato a chiedere ai romani cosa pensano dei calabresi? Ci odiano. Dicono che siamo una una tribù, una cosca, un ghetto, che abbiamo “occupato” Piazza Bologna e la via Tiburtina.
Un giorno, mentre vagavo per l’università in cerca di un’aula libera dove studiare, lessi: “Più sedie meno calabresi”. Era scritto a caratteri cubitali (ed in stile fascista) in un corridoio della Facoltà di Economia. Quel giorno ho pianto: persino i fortissimi e maschissimi fascisti hanno paura di dirci in faccia quello che pensano di noi.
Sia chiaro, non conosco il padre di Benito Di Giorgio, ed a malapena conosco di vista lui.
Non mi risulta che Di Giorgio sia stato indagato o che sia stato direttamente coinvolto nei fatti che hanno portato allo scioglimento dell’ente da lui amministrato.
Certamente è un medico molto apprezzato e stimato a Rizziconi, e la gente gli vuole bene.
Il fatto che però il Comune fu sciolto per mafia, e non commissariato in seguito a dimissioni del sindaco od altro, avrebbe comunque dovuto consigliare molta prudenza a tutti. Anche a Di Giorgio.
Mi dispiace per Giuseppe, mi dispiace davvero. Mi dispiace perché é ingenuo, e spero che prima o poi impari. Spero che impari, anche se in famiglia non sembrano nuovi a rapporti a dir poco discutibili con amministrazioni comunali poi sciolte per ‘ndrangheta (vedi il caso Gioia Tauro, dove suo zio Fabio Laganà, cognato di Franco Fortugno e fratello della parlamentare del PD Maria Grazia Laganà, rassicurava telefonicamente l’allora Sindaco Giorgio Dal Torrione circa i ritardi della commissione d’accesso che di lì a poco chiederà lo scioglimento del comune).
Giuseppe deve capire che il cognome che porta non ammette distrazioni.

Non parteciperò alla manifestazione pro-Apicella di domani 28 gennaio. Penso sia meglio partire dalla fine, a scanso di ogni equivoco.
Non parteciperò perché non voglio assistere allo stesso copione scritto, letto ed interpretato un anno addietro con Luigi De Magistris: osannato come eroe, issato come vessillo di legalità, ma dato letteralmente in pasto al tritacarne mediatico come agnello sacrificale. Anzi, come Martire.
Non parteciperò a questa manifestazione, pur essendo consapevole dell’ennesima inaudita e vergognosa ecatombe giudiziaria attuata dal Csm.
Non parteciperò perché ormai siamo diventati prevedibili, perché proprio chi dovrebbe fare il tifo per noi poi ci delega quando le cose vanno bene, ci abbandona quando le situazioni prendono una piega sfavorevole.
Non parteciperò perché vorrei essere davvero “utile” in qualche modo al procuratore Apicella ed ai Pm Nuzzi e Varesani, ed a chi in silenzio – penso al Pm Bruni - ha provato a portare avanti con grande professionalità (e tante difficoltà) anche importanti e delicatissimi tronconi delle inchieste già sottratte a De Magistris da Dolcino Favi.
Eppure, avrei mille ed un motivo per prendermi domani dal palco di Piazza Farnese la mia buona parte di gratificazione personale, dato che assieme a Rosanna Scopelliti (e pochi altri) credo di aver contribuito non poco a scatenare quel tam-tam che è poi scaturito nell’ormai noto “Caso De Magistris”.
Non parteciperò, perché forse la mia assenza ed il mio silenzio faranno più rumore.
Ed in silenzio, ora, volgo lo sguardo verso tutti gli amici e le amiche delle associazioni e dei movimenti che costituiscono il variegato arco della società civile.
Volgo lo sguardo in silenzio, perché sembra che la società civile si sia ormai talmente assuefatta al precariato, da mutuarne inconsapevolmente modelli e connotati: non esistono più obiettivi di medio-lungo termine e abbiamo quasi paura nel domandarci “cosa vogliamo fare da grandi”, ovvero, cosa fare di tutte queste straordinarie esperienze di movimenti, associazioni e singoli cittadini.
Bisogna essere credibili, produrre fatti, e misurarci con chi ci critica soprattutto in base a quello che noi stessi saremmo riusciti a concretizzare.
E per far ciò il nostro biglietto da visita non potrà e non dovrà essere solo quello delle manifestazioni – importantissime, per carità – così come non potrà essere rappresentato dalle molteplici forme della cosiddetta mobilitazione intellettuale, la quale rischia di aver prodotto più parole, manifesti, libri e trattati epistemologici che risultati fattuali.
Provo ad azzardare una metafora calcistica, per meglio chiarire cosa voglio dire.
La nostra è una squadra piccola, con pochissimi mezzi ma con tante tante buone promesse; giocatori leali, con nomi non altisonanti, ma che, giocando con il cuore, sono riusciti a guadagnarsi la promozione in serie A.
Adesso non credo possibile, anche nella migliore delle ipotesi, riuscire a strappare lo scudetto dalle maglie delle squadre più blasonate; ma non trovo neanche giusto accontentarci di giocare solo per partecipare con l’unico intento di lottare per non retrocedere, magari però essendoci tolti lo sfizio di rubare una palla a Ibrahimovich, insaccare una punizione a Buffon o dribblare Kakà o Totti durante il campionato.
Io voglio – e qui mi permetto l’imperativo categorico – giocare in una squadra che sappia essere consapevole delle proprie possibilità e, sopratutto, che sappia capitalizzare il proprio impegno producendo tanti piccoli risultati. Una squadra che, pur se con abissali svantaggi oggettivi rispetto alle altre, sappia mantenersi costantemente nella prima metà della classifica e magari – sognare è lecito – ambire ad entrare in zona Champions.
Ed invece, purtroppo, ho sempre più l’impressione che una volta arrivati a questo punto - e qui spero davvero di sbagliarmi – per alcuni di noi non conti più tanto la squadra sfigata con la quale ha condiviso gioie e dolori, quanto riuscire ad esaltare le proprie individualità con l’intento, magari, di riuscire a giocare presto tardi con la stessa maglia di Ibrahimovich, Buffon, Kakà o Totti.
Ma forse è giusto anche così.
Per quel che mi riguarda, fino a quando avrò l’onore di restare alla guida di Ammazzateci Tutti, continuerò a desistere da questi ammiccamenti ed a rifuggire la tentazione di anteporre eventuali aspirazioni personali agli interessi della squadra e, soprattutto, ai sogni dei tifosi.
Continuerò a far crescere questa piccola squadra, in campo e nello spogliatoio. Non da allenatore, ma da allenatore-giocatore.
In questi tre anni abbiamo avuto diverse “parole d’ordine”: ribellione, speranza, impegno. La parola d’ordine di questo 2009 sarà “concretezza”.
Dovremo “educare con l’esempio” chi guarda a noi ormai con quella diffidenza tipica di chi effettivamente non può accontentarsi di manifestare pedissequamente il proprio dissenso ogni qual volta ve n’è occasione, ma anche chi invece in noi non ha mai creduto, vuoi per dietrologie ideologiche o anagrafiche, vuoi perché – forse – ci aveva già visto e proiettati alla stasi progettuale nella quale oggi sembriamo effettivamente essere piombati con mani e con piedi.
Credo perciò che sia necessario un ripensamento collettivo e generale da parte di tutti, per ristabilire assieme e con maggior spirito di servizio i punti di forza del nostro Movimento.
Penso ad un “Umanesimo dei Diritti”, forte delle proprie idealità, robusto, che riesca a guardare oltre l’orizzonte e darsi obiettivi di medio-lungo termine. Che si ispiri ai valori della fratellanza, della solidarietà, della giustizia sociale, con imprescindibile Senso dello Stato e delle Istituzioni.
Niente “manifestazioni ad orologeria”, organizzate giusto in tempo per accaparrarsi le telecamere di programmi televisivi impegnati come Annozero ed altri; niente presidi e sit-in “co-co-pro”, atti a sponsorizzare non tanto le nobili motivazioni quanto l’ego di coloro i quali li promuovono.
Abbiamo estremo bisogno di progettualità serie e credibili, per le quali forse sarà necessario stringere i denti ed accontentarsi di raggiungere tanti piccoli obiettivi passo dopo passo, risultato dopo risultato, battaglia dopo battaglia, con umiltà e dignità.
Ciò non vuol dire rivedere e rinnegare tutto quanto fatto fino ad oggi, bensì fare tesoro dell’esperienza per rinvigorire un impegno altrimenti destinato inesorabilmente ad estinguersi.
Per far ciò abbiamo bisogno di tutti, nessuno escluso. La nostra è la battaglia anche di chi già milita all’interno di partiti politici, associazioni di categoria, sindacati, organizzazioni religiose.
La nostra è la battaglia di tutte le persone oneste che ricoprono incarichi istituzionali, anche se c’è chi, pur ricomprendo incarichi istituzionali, certamente non rappresenta la parte sana della società italiana.
Pensare di essere autosufficienti, personalmente e come associazioni, e pensare che sol perché parte delle Istituzioni di diverso grado siano rappresentate da personaggi discutibili e che perciò ci si possa sentire autorizzati a delegittimarle per intero, sono gli errori più grandi e grossolani che si possano commettere.
Dobbiamo essere ultimi tra gli ultimi, mettendo da parte patenti di nobiltà e bandiere moralizzatrici.
Su questo, sulla serietà delle nostre intenzioni e sui risultati concreti che riusciremo a produrre, si misurerà la nostra incisività.

Ci sono notizie che a leggerle sembrano barzellette, eppure sono vere.
Siamo in Calabria, qui l’emergenza rifiuti sembra sempre essere in agguato, con smaltimenti illegali di tonnellate di rifiuti tossici degne di un sequel di Gomorra.
Solo che qui nulla sembra fare notizia, neanche quando sono gli stessi rifiuti ad autosmaltirsi dalle discariche.
Leggere per credere.
da AdnKronos:
REGGIO CALABRIA - Cinque tonnellate di rifiuti sono spariti nel nulla nella discarica di Casignana, in provincia di Reggio Calabria. Lo hanno accertato i carabinieri del Nucleo operativo ecologico e della stazione di Caraffa del Bianco che hanno denunciato cinque persone per illecito smaltimento di rifiuti. Sono state segnalate alla magistratura due societa’ di smaltimento, Zetaemme sas di Sant’Agata del Bianco e Greeneco srl di Reggio Calabria, due operai della prima ditta e un autista della seconda.
Gli investigatori avevano avuto notizia di movimenti poco chiari intorno alla discarica consortile di rifiuti solidi urbani in localita’ Traiano di Casignana. Effettuando un controllo sulla documentazione in possesso dei gestori e relativa al materiale smaltito hanno scoperto che mancano nei registri cinque tonnellate di rifiuti letteralmente scomparsi nel nulla.
In localita’ Palazzi, sulla statale 106 tra Bianco e Bovalino, e’ stato trovato vuoto il rimorchio della societa’ Greeneco che avrebbe dovuto trasportarli alla discarica. Gli autisti non hanno saputo dare alcuna spiegazione ai carabinieri che li hanno fermati, ne’ hanno saputo rispondere agli interrogativi posti i responsabili della Zetaemme incaricata dello smaltimento nella discarica consortile.
Sono stato reintegrato “in prova” a “L’Arena” di Domenica In. Dico in prova perché ho avuto conferma di un fatto che però sarà trattato successivamente.
Nell’ultima puntata si è parlato di giustizia, scarcerazioni facili, delle premialità di condotta per i detenuti, e la sempre meno effettiva certezza della pena in Italia.
Ho ascoltato la testimonianza di una mamma , come tante altre ne ho ascoltate fino ad oggi, alla quale hanno ammazzato il figlio carabiniere a 22 anni. Le sue parole sono state un pugno nello stomaco.
Per un attimo la memoria è volata a Sofri, D’Elia, Contrada, Santapaola, personalità diverse, certo, ma pur sempre accomunate da una cosa: criminali. Criminali superstar.
Ho preso la parola, con tono sommesso. Ho voluto dire la mia, ho voluto dire quello che pensavo, ho voluto gridare a voce bassa di come in Italia sia assurdo che ex brigatisti, ex terrosti e mafiosi al 41bis trovino ampio spazio, finanche da editorialisti, sulle più importanti testate giornalistiche italiane, e di come la politica faccia a gara ad esprimere solidarietà pelosa a questi personaggi.
Tutti fanno a gara a dare spazio ai pensieri dei criminali e degli assassini, ma nessuno si chiede cosa pensino i parenti delle vittime. Dei morti ammazzati. Mai un editoriale per loro sul Corriere o su Repubblica.
Dedicato ai familiari delle vittime del terrorismo brigatista, stragista e di tutte le mafie.

Sarà un caso, ma gli ascolti dell’ultima puntata de “L’Arena” di Domenica In sono calati di molto rispetto alla prima puntata. Non voglio dire che la causa sia da ricercarsi nell’assenza del sottoscritto, assolutamente.
Ma, coincidenze, una panchina che pareva annunciarsi come il preludio di “ti mandiamo in tribuna per tutto il campionato”, parrebbe ora essersi trasformata in un turnover: il mister, Giletti, mi ha infatti convocato per la puntata di domenica 19 ottobre.
Ci andrò, e continuerò ad essere il megafono scomodo di tutti quelli che non hanno voce.
Fino a quando me lo lasceranno fare.
P.S.
Mi sto attrezzando per la rubrica settimanale del blog dedicata ai consulenti d’oro nella Pubblica Amministrazione calabrese, come promesso.
Abbiamo già un nome che è tutto un programma: “Tiràri ‘a Cumpàri“.
Restate sintonizzati!
P.P.S.
Ieri era il 16 ottobre, terzo anniversario dal delitto Fortugno, e per la prima volta non ho presenziato alle celebrazioni di commemorazione. Franco Fortugno lo ricordo ogni giorno da millenovantacinque gioni, in quello che faccio, in come lo faccio, con chi lo faccio.
Ai posteri l’ardua sentenza, ma anche alla magistratura. Spero.
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