Basilicata: una lettera da Nino Grilli

Pubblico una lettera che l8217;amico Nino Grilli, direttore della coraggiosa rivista 8220;Il Resto8221; di Matera, mi ha inviato in questi giorni.
Le cose che racconta sono, purtroppo, drammaticamente vere. Ma non possono zittirci tutti.
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Nello scrivere questa lettera mi viene da chiedere se esiste per davvero una giustizia giusta, se da cittadino si può ancora credere nella giustizia, se esistono ancora soggetti istituzionali che vogliono rispettare la giustizia, se è possibile che la disonestà debba prevalere sulla rettitudine umana, se c’è una volontà a sostenere valori di sana moralità ed a combattere il malaffare e la disonestà intellettuale di perfidi protagonisti dell’attuale vicenda umana del tempo che stiamo vivendo. Mi viene da chiedere se siamo ancora in un Paese democratico dove c’è ancora libertà d’informazione, di espressione di opinione, pur sempre nel rispetto della Costituzione Italiana.
E’ trascorso più di un anno dal giorno in cui si è consumata una delle azioni più indegne che si sono verificate a danno della libertà d’informazione. L’episodio risale alla fine di Luglio dello scorso anno quando la redazione del settimanale “Il Resto” di Matera venne sottoposta a perquisizione ed al sequestro di materiali di lavoro. Agenti di Polizia Giudiziaria, su ordine della PM della Procura di Matera, Annunziata Cazzetta eseguirono un repentina e proditoria azione. Non si limitarono in quella stessa giornata perché perquisirono anche l’abitazione dell’Editore (Emanuele Grilli) e del Direttore Responsabile (Nino Grilli) del settimanale, dell’abitazione di un collaboratore dello stesso settimanale (Nicola Piccenna), dell’abitazione di un giornalista pugliese, in Altamura (Carlo Vulpio), corrispondente del Corriere della Sera, del giornalista laziale (Gianloreto Carbone), in Roma, collaboratore della nota trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”, nonché della redazione, presso la sede romana Rai della medesima trasmissione ed, infine, della Caserma dei Carabinieri di Policoro ai danni del Capitano Pasquale Zacheo. Un blitz in piena regola, insomma! Su mandato del magistrato che aveva proceduto in tal senso, sollecitata da discutibili querele presentate da Emilio Nicola Buccico, ex-senatore di AN, ex-componente del CSM, attuale Sindaco della città di Matera. L’accusa ( del tutto gratuita) mossa nei confronti dei soggetti era stata peraltro totalmente inventata dalla PM Cazzetta, coniata per l’occasione : “associazione per delinquere finalizzata a diffamare…”. “Reato” che non trova riscontri in nessun codice della Repubblica Italiana, peraltro perpetrato- sempre a giudizio della medesima PM- con l’intento di indurre il Buccico….a non candidarsi a sindaco della città di Matera! “Corpo del reato”, alcuni articoli riportati sul settimanale “Il Resto”. I fatti, peraltro, furono contestati con un provvedimento (quello di perquisizione ndr) che, nelle sue espressioni, tutt’ora non dimostrano affatto che i contenuti degli articoli “incriminati” raccontino fatti ed episodi da poter ritenere falsi. Le motivazioni addotte dalla PM altro non hanno fatto che interpretare il classico metodo del “processo alle intenzioni”, descrivendo ed ampliando a proprio piacimento reconditi ed anche fantasiosi significati, con il preciso disegno di ricercare a tutti i costi delle inesistenti colpe. Gli articoli, in realtà, altro non hanno fatto che riportare fatti e circostanze, desunte da atti noti, oltre che pubblici, nel rispetto del dovere di cronaca che i giornalisti hanno da compiere nell’adempimento del loro dovere di informatori. Ma vi è di più! Sempre i fatti “incriminati” e riportati negli articoli del settimanale, non solo non sono stati confutati con opportune ragioni (né dall’interessato, né dal magistrato in questione), ma hanno trovato preciso riscontro nelle recenti inchieste: sia quella condotta dal PM di Catanzaro, Luigi De Magistris e denominata “Toghe lucane”, sia nell’indagine condotta dalla Procura di Salerno e che descrivono, in maniera inequivocabile, gli inopportuni ed anche illeciti comportamenti di cui si sono resi protagonisti diversi magistrati e politici lucani (tra cui è spesso menzionato lo stesso querelante Buccico). I fatti raccontati negli articoli sopra menzionati, insomma, assumono ancor più valore di veridicità, seppure presunta, sul piano della cronaca, ma certamente non si possono assolutamente definire come falsi o diffamanti. Le indagini su richiamate hanno peraltro portato alla luce che l’incriminazione nei riguardi dei giornalisti, atro non era che il maldestro tentativo di carpire dal settore dell’informazione, dal quotidiano lavoro dei giornalisti, informazioni “utili”