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Fake news: tutto quello che i politici non hanno capito (o fanno finta di non capire)

Non si può mettere il mare in un bicchiere. Ovvero, perché il Ddl sulle fake news è una proposta pericolosa che, paradossalmente, vuole punire gli ignoranti salvando i giornalisti

Fake news: tutto quello che i politici non hanno capito (o fanno finta di non capire)

Ci abbiamo provato, con molta umiltà e spirito di servizio. Ci riproviamo. Prima o poi toccherà sfatarlo questo mito, anzi verrebbe da definirlo quasi “bolla”, delle fake news e della post-verità. Bufale che spesso non nascono dal web ma da giornali e giornalisti. Sì, da noi giornalisti. Partiamo dai due casi più recenti e più eclatanti dello scorso anno.

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Le bufale non vengono solo dal web

La prima bufala l’hanno proprio scritta i giornali. Quella storia, a esempio, che al referendum sulla brexit i giovani inglesi avessero votato per il Remain mentre i “vecchi” per il Leave. Ci era cascato anche il sottoscritto, ma sai, quando lo leggi su testate che sono la Bibbia di un giornalista tipo il Guardian, non vai a verificare. Di default. Eppure non era vero, era una bufala: i giovani britannici a votare non ci sono neanche andati.

E poi un’altra storiella, sulla base della quale finanche un colosso come Facebook e il suo numero uno Mark Zuckerberg hanno avviato un giro di vite senza precedenti (iniziando, di fatto, a riscrivere il futuro del giornalismo): Donald Trump che viene eletto a Presidente degli Stati Uniti grazie alle bufale. No, non è vero. E non lo dicono quei sondaggisti e sociologi che oramai sono talmente scollati dalla realtà da non riuscire più neanche a leggerla. Lo dice uno studio l’Università di Stanford.

La differenza tra fake news ed hate speech

Ora, ragionando nel merito del disegno di legge n.2688 con oggetto “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”, è bene fermarsi un attimo e (cercare di) ragionare.

Sullo sfondo di questa proposta più che le bufale c’è l’hate speech, l’uso violento e “squadristico” che alcuni fanno della rete. Non più di un mese fa ne avevamo parlato in un’intervista anche con il direttore dell’edizione online del Fatto Quotidiano, Peter Gomez: quello che in questo momento sta avvelenando il web, meglio i social network, non sono tanto le bufale, che sono sempre esistite anche prima dei giornali di carta, ma i commenti.

Ci è passato, per l’impegno antimafia, anche chi scrive, e la “macchina del fango” era originata non da calunniatori amatoriali e i soliti leoni da tastiera abitanti (disadattati) dei social, ma da testate giornalistiche vere, registrate e autorizzate da un tribunale, con giornalisti veri, iscritti all’Ordine dei Giornalisti. Il web e i social, in quel caso come in decine, centinaia, migliaia di altri casi, sono solo una cassa di risonanza. Non sono, insomma, né il male né l’origine del male, ma una sua emanazione. E chi vuole starci, sia giornalista, politico, cantante, star della tv, personaggio (più o meno) pubblico sa di (dover) accettare anche questo. Ma, repetita, una cosa è l’hate speech una cosa sono le (presunte) fake news.

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Chi propone la legge è passato dalla gogna

E’ successo alla prima firmataria del ddl, la senatrice Adele Gambaro, e ad altre sue colleghe che oggi compaiono tra i co-firmatari del disegno di legge, le senatrici Fabiola Anitori, Alessandra Bencini, Laura Bignami e Serenella Fuksia. Tutte ex del Movimento 5 Stelle, che prima, durante e dopo la loro “cacciata” (decretata online) dal movimento di Grillo sono state oggetto di dileggio e minacce sui social. Ma per punire chi fa questo le leggi esistono già e non ne servono di nuove.

Ma la legge non punisce i giornalisti

Piuttosto, se di notizie false o, come dice il testo della proposta “esagerate” o “tendenziose” dobbiamo iniziare a discutere, chiediamoci se e quanto convenga, a questo punto, lasciare fuori da questo giro di vite le testate giornalistiche. Chiediamoci se buttare giù dalla torre il giornalista fazioso che va oltre il proprio diritto di cronaca, “costruisce” una notizia non vera, o il Lercio di turno (e tutti i suoi derivati). Questa proposta, at a glance direbbero gli anglosassoni (a prima vista) porta alla sbarra Lercio e salva quel giornalista, il giornale che lo pubblica, gli inserzionisti…. “i potenti”, insomma.

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La differenza tra fake news e click baiting

E vedrete: saranno non pochi i giornalisti, e paradossalmente soprattutto di testate online, che si esprimeranno a favore della proposta. Si accettano scommesse. Le ragioni sono molteplici, ma basta citarne solo una: il traffico. Una partita che si giocherà soprattutto tra piccoli editori locali, gli stessi che ancora oggi non hanno capito la differenza, ad esempio, tra “click baiting” e fake news, tra un titolo forzato per fare traffico e una notizia palesemente falsa.
Con una differenza, come abbiamo visto, sostanziale: le testate giornalistiche non sono coinvolte dal Ddl. Insomma, è l’ennesima guerra tra poveri.

Chi deve “educarci” non può farlo. Non ancora

E poi, chi dovrebbe curare quella che il Ddl Gambaro definisce “alfabetizzazione mediatica” dei futuri cittadini (anche del web), quelle stesse scuole dove negli ultimi 20 anni gli editori italiani hanno provato in tutti i modi a far entrare un quotidiano, senza mai riuscirci? Peggio ancora, quelli stessi insegnanti che maledicono ogni giorno il registro elettronico, non sanno usare una Lim e vorrebbero vietare Internet in classe?

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Non si può mettere il mare in un bicchiere

E’ presto per capire se e come una legge, e poi quindi chi quella legge si troverà ad applicarla, ovvero carabinieri e polizia che faranno le prime indagini, pubblici ministeri che le continueranno e giudici che decideranno, potranno distinguere chi “esagera” nel dare una notizia vera da chi, invece, è stato “tendenzioso”. Per non parlare di quelli che “fuorvieranno settori dell’opinione pubblica” e perfino chi scrive un articolo che “desta pubblico allarme” o “reca nocumento agli interessi pubblici”. Comunque vada le pene sono quasi da regime coreano, dalle multe fino a 10 mila euro fino al carcere per non meno di due anni.

E’ già successo che nel nostro Paese si facessero leggi ad personam che però poi sono valse per tutti, anche se alla fine tendevano a “servire” comunque solo pochi. In questo caso per brutte esperienze, meglio, vero e proprio bullismo e gogna mediatica sul web (non fake news) subìti da alcuni politici (molti sono tra i firmatari del Ddl Gambaro, compresa la stessa prima firmataria), ci troviamo nella condizione, paradossale, di discutere in questo momento di una proposta di legge, un’altra, l’ennesima, di quelle che vorrebbero modificare geneticamente lo spirito di Internet. Uno spirito libero, come il mare. E il mare non si può mettere in un bicchiere.

@aldopecora

Chi vuole la nuova legge

A titolo di cronaca, per sapere chi sono gli altri senatori firmatari della proposta di legge di Adele Gambaro basta andare sul sito del Senato (dove comunque ancora non è possibile scaricare il testo della proposta, ma è possibile scaricarlo qui). Una ventina di nomi in tutto. Eccoli:

Francesco Maria Giro (FI-PdL XVII);
Riccardo Mazzoni (ALA-SCCLP);
Sergio Divina (LN-Aut);
Camilla Fabbri (PD) (ritira firma in data 16 febbraio 2017)
Fabiola Anitori (AP (Ncd-CpI)) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Lucio Barani (ALA-SCCLP) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Alessandra Bencini (Misto, Italia dei valori) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Rosaria Capacchione (PD) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Paolo Corsini (PD) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Serenella Fucksia (Misto) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Albert Laniece (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Pietro Liuzzi (CoR) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Paolo Naccarato (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL, RI)) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Franco Panizza (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Laura Puppato (PD) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Antonio Razzi (FI-PdL XVII) (aggiunge firma in data 13 febbraio 2017)
Gabriele Albertini (AP (Ncd-CpE)) (aggiunge firma in data 14 febbraio 2017)
Paolo Arrigoni (LN-Aut) (aggiunge firma in data 14 febbraio 2017)
Laura Bignami (Misto, Movimento X) (aggiunge firma in data 14 febbraio 2017)
Anna Cinzia Bonfrisco (CoR) (aggiunge firma in data 14 febbraio 2017)
Silvana Andreina Comaroli (LN-Aut) (aggiunge firma in data 14 febbraio 2017)
Giuseppe Compagnone (ALA-SCCLP) (aggiunge firma in data 15 febbraio 2017)
Nunziante Consiglio (LN-Aut) (aggiunge firma in data 14 febbraio 2017)
Mario Mauro (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL, RI)) (aggiunge firma in data 14 febbraio 2017)
Antonio Milo (ALA-SCCLP) (aggiunge firma in data 15 febbraio 2017)
Antonio Scavone (ALA-SCCLP) (aggiunge firma in data 15 febbraio 2017)
Giancarlo Serafini (FI-PdL XVII) (aggiunge firma in data 14 febbraio 2017)

(Reblog dall’articolo originale pubblicato su Startupitalia)

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