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Ogni cosa che vale merita tutto te stesso.

Qualche giorno fa ho ricevuto un sms dal mitico Riccardo Luna: “Ci vieni al Big Bang a portare qualche idea?”.
Ho deciso di esserci, anche se in tasca non ho la stessa tessera di partito di Matteo Renzi (a dire il vero non ho proprio alcuna tessera di partito), perché credo che ovunque ti chiedano di condividere qualche idea con chi fa politica non ci si debba tirare indietro. Perché le idee non servono a niente se le tieni solo per te.
A chi interveniva alla manifestazione si è chiesto di dire in cinque minuti cosa farebbe se fosse Presidente del Consiglio. E siccome vedo lontana questa ipotesi ho scelto di provare ad immaginare l’Italia tra venti o trent’anni, e di raccontare ad un ipotetico figlio cosa la mia generazione farà per “aggiustare” questo Paese.
Nonostante abbia letto molto meno di quello che avevo scritto, non sono riuscito comunque a contenere l’intervento nei cinque minuti.

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30 ottobre 2030 (o 2035, o 2040…).

Figlio mio, oggi è il tuo compleanno. Mentre sei lì che sorridi a tua moglie e coccoli quelle meraviglie della vita, i miei primi due nipotini, ti osservo. E sono felice.
Quando avevo più o meno la tua età, avevo già lasciato la mia amatissima Calabria da un pezzo. Molti credevano che la mafia fosse invincibile, che per noi, lì, non ci sarebbe stato alcun futuro.
I sacrifici dei miei genitori purtroppo non erano bastati a consegnarci una società migliore di quella che avevano ereditato. La loro generazione aveva iniziato a perdere anche il coraggio di sperare, ed a malincuore ci consegnava un biglietto di sola andata per Roma, Milano, Firenze, Torino.
Poi un giorno siamo tornati. Siamo tornati quando la ‘ndrangheta scriveva a suon di pallottole una delle più terribili pagine di storia della mia terra. Il destino della Calabria e del Sud sembrava ormai segnato.
Noi volevamo cambiarlo, quel destino. Volevamo prenderci la nostra rivincita. Volevamo riscattare la nostra storia e liberare il nostro futuro. Il vostro futuro.
Ho rimediato un lenzuolo e ci ho spruzzato tutta la mia rabbia e la mia indignazione. Quattro parole: “E adesso ammazzateci tutti”. Eravamo in sette a reggere quello striscione, e quasi non ci rendevamo conto della piccola grande rivoluzione che avevamo innescato. In pochi anni saremmo diventati decine, centinaia, migliaia.

Quando avevo più o meno la tua età, mentre nel Paese si discuteva se andare in pensione a sessantacinque, sessantasette o settant’anni, se volevi lavorare ti chiedevano di aprire una Partita Iva, così tu costavi all’azienda la metà di quello che ti dava ed a te rimaneva in tasca la metà di quello che ti davano. Di fatto lavoravi come un dipendente, anche se non lo eri. Ti recavi quotidianamente in ufficio, anche se non eri obbligato a farlo. Era così dappertutto, anche per lavorare alla “Tv di Stato” (eh sì, allora la chiamavamo ancora così).
Niente tredicesima, quattordicesima, niente maternità, malattia, premi di produzione.

Quando avevo più o meno la tua età, le banche davano un mutuo o un piccolo prestito solo se i tuoi nonni garantivano per noi, con la cessione di una parte del loro stipendio, o con una ipoteca sulla casa. Tu e i tuoi fratelli sareste potuti nascere molto prima, ma non ci è stato possibile.
Per molti anni gli italiani non facevano più figli. Eravamo una delle popolazioni più vecchie del pianeta.

Quando avevo più o meno la tua età, un Governatore diceva che la sanità era la nostra Fiat. Per forza, era lottizzata! I direttori generali ed i primari non venivano scelti in base al curriculum o con concorso, ma per nomina politica. La salute è rimasta per anni solo una questione di affari per pochi, e quei medici davvero bravi lasciavano l’Italia per andare a Parigi, New York, Tokyo, Mosca.
E’ bastato riuscire a fare contratti competitivi a quei medici – che erano diventati i migliori medici all’estero – per riportarli finalmente qui.
Oggi abbiamo una sanità pubblica efficiente, tra le migliori al mondo. E per curarci non siamo costretti a nessun viaggio della speranza.

Quando avevo più o meno la tua età, qualcuno credeva che il Sud fosse la zavorra dell’Italia, e che per risolvere il problema bisognava separare il Paese in due.
Noi cittadini del Sud abbiamo accettato quella sfida, e non abbiamo chiesto nulla. Sapevamo che gran parte del debito pubblico non era colpa nostra, ed abbiamo preteso che non fossimo di nuovo noi a pagare. Come era già avvenuto.
Oggi noi siamo interlocutori privilegiati dei Paesi del Mediterraneo, e se non avessimo scommesso sull’Unità nazionale loro, quelli del Nord, oggi sarebbero nient’altro che i terroni di francesi e tedeschi.

Quando avevo più o meno la tua età, avevo letto da qualche parte che “ogni cosa che vale merita tutto te stesso”. Ho continuato a ripetermelo sempre, come un disco rotto. E’ diventata la metafora della mia vita. Ogni cosa che vale merita tutto te stesso.

Abbiamo affrontato anni terribili, ed una crisi che rischiava di cancellarci dal mondo. Abbiamo rischiato di mandare per aria millenni di storia. Ci siamo andati molto vicino.
Ben presto abbiamo capito che era necessaria una pacificazione nazionale. Dovevamo raggiungerla al più presto.
Ci siamo battuti per abbattere ogni steccato ideologico, concentrandoci nello scoprire e valorizzare ciò che ci univa piuttosto che ciò che ci divideva.
Abbiamo scommesso sulle nostre idee e sui nostri sogni, sapendo che erano scritti sul nostro cuore prima ancora che sulla tessera di un partito.

Oggi il nostro Paese è solido.
Abbiamo creduto nell’Europa, sognavamo un grande Paese, unito nella cristianità ma rispettoso di tutte le identità, culture e religioni.
Tutti siamo cittadini italiani ed europei e non importa dove siamo nati. Tu parli la tua lingua, ma a scuola ti hanno insegnato anche l’arabo ed il cinese, così che potrai misurare pienamente nel mercato globale la tua esperienza e le tue capacità.
Abbiamo creduto nella forza di una moneta unica, l’euro, che ci ha resi davvero competitivi sul mercato globale. (Chissà se potrò raccontartelo davvero, chissà se lo avrai ancora, l’euro).
Abbiamo investito sulla scuola. L’abbiamo voluta efficiente ed abbiamo fatto sì che ogni studentessa o studente universitario già prima della laurea potesse maturare crediti formativi iniziando subito ad insegnare. Abbiamo ri-contrattualizzato i docenti più anziani e li abbiamo affiancati a nuovi arrivati, perché imparassero prima e meglio a fare questo lavoro. Così siamo riusciti a riportare l’età media del corpo docente italiano sugli standard europei.
Abbiamo scommesso sulla cultura e sul turismo (pensa, per “fare cassa” qualcuno aveva immaginato di poter vendere il Colosseo, la Torre di Pisa e Pompei…!).
Abbiamo creduto nell’agricoltura e nella green economy. Oggi grazie al nostro sole tu non sai cosa sia una “bolletta” o cosa voglia dire fare rifornimento di carburante.

Oggi il nostro Paese è più consapevole.
E’ bastato rendere obbligatorio l’insegnamento della Costituzione e della Carta Europea in tutte le scuole. Oggi sai scegliere, non voti con leggerezza come se fosse un televoto. Voti consapevolmente e liberamente chi ritieni possa meritare la tua fiducia.
E’ bastato ridare un senso alla parola “Merito”.
Oggi conta più la lunghezza del curriculum che quella della minigonna.
A scuola non ti danno più un diploma se prima non hai avuto l’opportunità di scegliere che strada vuoi seguire nella tua vita.
Abbiamo liberalizzato le professioni, abbiamo abolito le caste e tutti gli ordini professionali.
Abbiamo ridotto la prima aliquota Irpef, abbiamo istituito un “fondo di fiducia” per te ed i tuoi coetanei, versando annualmente sin dalla vostra nascita un contributo all’INPS (già, l’Inps! Chissà se ancora esisterà), così che quando hai iniziato a lavorare hai avuto l’opportunità di poterne usufruire costando meno sia al tuo datore di lavoro che allo Stato.
Oggi abbiamo uno Stato più efficiente e meno invadente.
Ti abbiamo dato l’opportunità di far valere le tue competenze, nel privato e nel pubblico. Abbiamo detto basta alle clientele, alle intromissioni della politica, ed abbiamo dato a te l’opportunità di investire sulla formazione permanente, di migliorarti. Ti abbiamo dato fiducia, ed oggi a te sembra normale poter essere dirigente di un Ministero anche se hai poco più di vent’anni e la tua unica raccomandazione sei tu.

Finalmente l’Italia ha avuto a Capo del Governo una persona che ha iniziato a guardare agli interessi del Paese e non ai propri.
Oggi abbiamo un Presidente del Consiglio che anche lui ha settantacinque anni, ma che ama questo Paese, come lo amavano Einaudi, De Gasperi, e Pertini.
Vedi, figlio mio, non basta essere giovani per avere buone idee.

(Renzi, quando tu volevi le primarie per fare il capoclasse alle scuole medie io non ero neanche nato. E questo non mi rende certo migliore di te).

Ed ho capito che non basta essere giovani per meritare spazio proprio quando avevo più o meno la tua età e cercavo di sollecitare l’opinione pubblica su una tragedia democratica: quello calabrese era divenuto il “consiglio regionale più inquisito d’Italia”. Noi volevamo più etica, più legalità, soprattutto in quella regione dove la commistione tra malapolitica, malaffare e mafia stava incancrenendo pure l’aria che respiravamo.
I vecchi volponi del Palazzo, per i quali stavamo diventando pericolosi, si sono guardati bene dallo sporcarsi le mani, ed hanno provato a metterci l’uno contro l’altro. Divide et impera.
E fu così che molti nostri coetanei – cresciuti giocando al “fotticompagno”- ci dichiararono guerra in cambio di un contrattino di segreteria e un po’ di visibilità e spazio nel partito.
Vedi, quelli non erano affatto giovani. Avranno avuto anche la nostra età, ma dentro erano più vecchi dei loro capi.
Fu allora che smisi di credere nei partiti. Ma, nonostante tutto, noi abbiamo continuato le nostre battaglie anche per loro, anzi, per i loro figli. Perché ogni cosa che vale merita tutto te stesso.

Oggi il nostro Paese è più ricco.
E’ bastato capire che tante piccole medie imprese fanno dell’Italia un grande sistema Paese. Le abbiamo patrimonializzate e rese competitive sui mercati internazionali.
Abbiamo investito in tecnologia ed innovazione. Abbiamo promosso la creazione di incubatori d’impresa pubblica-privata, per stare accanto alle start-up. Ed abbiamo istituito delle Zone Franche, dove le imprese che nascevano in aree ad alto tasso di disoccupazione e di criminalità usufruivano di sgravi fiscali, e per ogni posto di lavoro creato noi abbiamo aperto loro un credito d’imposta.
Abbiamo ridotto le tariffazioni dei notai ed i costi ordinari di avvio d’impresa.
E così, anche le grandi imprese italiane che nel frattempo erano andate a produrre altrove, sono tornate qui.

Oggi il nostro Paese è più giusto.
E’ bastato introdurre l’inversione dell’onere della prova, ovvero non abbiamo voluto colpire solo quei cittadini che dichiaravano di essere ricchi, ma soprattutto chi era ricco e non lo dichiarava.
Perché il nostro nemico non è mai stata la ricchezza, ma la povertà.
Abbiamo iniziato a sequestrare centinaia di migliaia di auto e ville di lusso, a colpire i patrimoni. E l’evasore, per poterne rientrare in possesso, doveva risarcire il fisco ed iniziare a pagare le tasse per quello che era il suo reale tenore di vita.
Lo Stato ha iniziato a confiscare, a riprendersi il maltolto. E non lo abbiamo fatto solo contro i mafiosi, ma anche e soprattutto contro i corrotti. Abbiamo risparmiato miliardi in affitti. Le loro immense ville oggi sono caserme dei Carabinieri, uffici pubblici, scuole, associazioni, e le loro automobili le abbiamo date ai poliziotti.

Oggi l’Italia è un grande Paese, ma non accontentarti mai.
Puoi migliorarlo, puoi renderlo ancora più solido, consapevole, ricco, giusto.
Ti diranno che è inutile, che tanto non cambierà mai nulla.
Tu continua a crederci. Insisti. Combatti.
Ogni cosa che vale merita tutto te stesso.

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