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Quei panni che sono costretto a non lavare a casa

10 febbraio 2012

Oggi vi racconterò una storia (anzi, un pezzo di storia, perché per scriverla tutta ci vorrebbe un libro!) come tante ce ne sono in ogni famiglia calabrese e del mondo. Una storia che sinceramene avrei preferito non raccontare, perché riguarda la mia famiglia.

Sin da piccolo sono sempre stato orgoglioso delle mie radici, del sangue che mi si era mescolato nelle vene. Polistenese, oppidese, taurianovese, e reggino di nascita. E soprattutto, sono sempre stato orgoglioso del mio nome: Aldo Vincenzo Pecora. Aldo come il nonno paterno, da sempre nell’immaginario mio e dei miei fratelli unico riferimento riconducibile all’incarnazione di un nonno, perché l’altro nonno, Vincenzo, il papà di mamma, fabbro ed esempio di onestà ed umiltà, per un brutto male era volato in cielo sei mesi prima che io nascessi.

E sono sempre stato orgoglioso del mio cognome, Pecora, che ho difeso anche a pugni quando alle scuole elementari e medie, per ovvi motivi, ero facile oggetto di scherno da parte degli altri bambini.
Di quel cognome particolare e simpatico ne ho fatto un punto di forza, contribuendo nel mio piccolo anche a renderlo in qualche maniera “noto” per i fatti che molti di voi conoscono.

Ma prima di me tanti altri Pecora hanno reso onore alla famiglia.
Il mio trisavolo, Giuseppe Pecora senior
, originario di Sambatello, con i suoi fratelli si trasferì nella Piana di Gioia Tauro, prima a Cinquefrondi e poi a Polistena, dove acquistò un palazzotto al centro del paese. I Pecora erano noti per il commercio delle stoffe, ma non persero mai il contatto con la terra ed investirono tutti i loro risparmi nell’acquisto di terreni agricoli in periferia. Dicono ancora oggi nel paese che era più il grano, le verdure, la frutta e l’olio che davano (a quintali) a chi ne aveva bisogno di quello che ogni tanto riuscivano a tenere per sè.

Sono orgoglioso perché i Pecora, per la maggior parte, siamo stati da sempre votati all’operosità, al sacrificio ed alla generosità, senza mai ostentare soprattutto le buone azioni.
Con l’arrivo della vecchiaia, Giuseppe passò il testimone alla seconda generazione di Pecora (parlo del mio “gregge”): i due figli Giovanni senior e Domenico, i quali continuarono a gestire i commerci e le terre, spaccandosi la schiena fino all’ultimo dei loro giorni.

Negli anni a venire, dopo la seconda guerra mondiale ed il boom economico, i tempi cambiarono molto rapidamente ed altrettanto rapidamente iniziò la parabola discendente della nostra famiglia.
La secolare tradizione del commercio e dell’agricoltura sarà interrotta dal giovane Aldo Pecora senior, mio nonno, unico figlio di Giovanni ed unico Pecora di terza generazione, in quanto lo zio Domenico non ebbe figli. Chiuse il negozio al pian terreno del palazzotto per metterci un biliardo, si sposò con una giovane ragazza taurianovese di nome Rita, vendette (anzi svendette) le terre del padre ed appena fu possibile trovò lavoro come impiegato amministrativo all’ospedale di Polistena. Dal matrimonio con mia nonna nasceranno tre figli: Giovanni (mio padre, informatico ed insegnante), Giuseppe (mio zio, maestro elementare) e Maria Rosaria, detta Rossana (prima figlia a sposarsi, a soli diciotto anni).

Circa ventotto anni fa, nonno Aldo (quasi prossimo al pensionamento) e nonna Rita chiesero un ingente prestito bancario ponendo a garanzia un’ipoteca sulla loro casa. Sì, un’ipoteca sull’appartamento sito proprio in quel palazzotto che era ormai “Casa Pecora” da oltre un secolo. La casa in cui erano nati i miei bisnonni ed i loro figli.

I motivi per i quali i nonni richiesero quel prestito sono ben determinabili, anzi, ritengo di conoscerli benissimo, e quel che è certo è che di tutte quelle decine e decine di milioni di lire i due figli maschi non beneficiarono di neppure cento lire.
Purtroppo, come prevedibile, quel debito non fu onorato e qualche anno più tardi, nel 1987, “Casa Pecora” finì all’asta per insolvenza. Una tragedia e un disonore che, non potendovi porre rimedio, la mia famiglia ha accettato e sopportato per venticinque, lunghi, anni. Venticinque anni vissuti con l’incubo che chiunque ed in qualunque momento avrebbe potuto lasciare i nonni in mezzo ad una strada, con l’onta ancor più grave che una storia secolare di onestà e sacrificio si era già ridotta in un cumulo di polvere.

Per fortuna la provvidenza ha voluto che in questi venticinque anni ogni asta andasse deserta e di conseguenza anche il prezzo della casa continuava a diminuire sempre di più. Va da sé che nonno, con la più che decorosa pensione che percepiva e con tutti i figli che oramai a loro volta avevano messo su famiglia, avrebbe certamente potuto riscattare con estrema facilità la propria casa e, soprattutto l’onore di tutta la famiglia.
Ma ciò non è mai stato fatto, ed io sinceramente ancora oggi non riesco a capirne il perché.

Poi, la scorsa primavera (tra aprile e maggio del 2011), mio padre riceve una telefonata da un suo amico d’infanzia: “Giovanni, vieni subito da me che devo parlarti di una cosa importantissima”. Mio padre, non immaginando neppure di cosa si trattasse, si precipita dall’amico e scopre che questi “per sbaglio” stava per acquistare ad un’asta giudiziaria proprio la casa dei miei nonni, in quanto vi era un errore nella trascrizione dei numeri civici e riteneva che l’appartamento in questione fosse non quello ma un altro, disabitato, sito pochi metri più avanti.
Invece dopo i controlli catastali ho scoperto che era la casa dei tuoi genitori, e quindi sappi che io ovviamente non la acquisterò, ma è probabile che, a questi prezzi, la casa sia appetibile e possa interessare a molte altre persone”.
Il redde rationem era ormai vicino: se nessuno della famiglia riuscirà a comprarla, “Casa Pecora” rimarrà un ricordo ed i nonni finiranno in mezzo alla strada.
In verità, so che vi erano un po’ di soldini depositati in un libretto di risparmio postale dei nonni, riservato alle emergenze. Qualcosa come quindicimila euro. Per salvare la casa ne sarebbero serviti tre volte tanto, ma non era un’impresa colossale.

Gettai il cuore oltre l’ostacolo e misi “sul piatto” tutti i risparmi che negli ultimi anni, col lavoro e tanti sacrifici, avevo messo da parte per acquistare finalmente un’automobile nuova (visto che la mia era andata distrutta dolosamente), manifestando questa mia disponibilità e chiedendo per iscritto il consenso e l’aiuto del resto della famiglia. La rimanente parte avrei potuto ottenerla accendendo a mia volta un prestito bancario.
Ottenni il consenso dei nonni (che però dissero di “non avere soldi”), di mio padre e di mio zio (che però stava già affrontando a sua volta un mutuo e quindi non poteva gravare più di tanto sul bilancio della sua famiglia). Non pervenuta la terza figlia, Maria Rosaria detta Rossana Pecora, risultata nota alle forze dell’ordine per vari presunti reati in concorso con il marito Giorgio Cannata ed il figlio Marco Cannata, e con la cui famiglia, per ovvi motivi, si era interrotto ogni rapporto.
Dopo aver formalizzato l’offerta d’acquisto e versato gli assegni all’ufficio esecuzioni del Tribunale di Palmi, la prima cosa che ho fatto è stata andare dai nonni, e dirgli “Questa casa è rimasta e rimarrà per i prossimi secoli Casa Pecora, godetevi serenamente la vostra vecchiaia”. Rimanemmo d’accordo che, secondo legalità, avremmo stipulato un contratto di comodato d’uso gratuito. L’unica cosa che avevo chiesto (ed ottenuto il consenso) era di avere la disponibilità appena possibile del garage al piano terra, da loro utilizzato come deposito di cianfrusaglie, per ristrutturarlo e metterlo in locazione, in modo da non rimanere soffocato ogni mese dalle rate del mutuo.

Poi, purtroppo, a fine settembre dello scorso anno nonna Rita è stata colpita da un doppio infarto ischemico, e da allora questa storia ha preso una piega imprevedibile. Avvisati per puro caso ben ventiquattro ore dopo l’accaduto da alcuni parenti, io e mio fratello Patrick (che la sera prima aveva festeggiato i suoi diciotto anni) ci siamo precipitati all’Ospedale di Polistena e poco dopo siamo stati inspiegabilmente aggrediti unitamente a mia madre da Rossana Pecora (capite adesso perché fino ad ora ho volentieri evitato di definirla “zia”).
Addirittura mio padre per poter visitare la propria madre ha dovuto richiedere l’intervento delle forze dell’ordine!

Quello ed i giorni a seguire sono stati giorni terribili, perché al dramma familiare di una madre e nonna gravemente malata si sono aggiunte inenarrabili gravissime vicessitudini poste in essere contro la mia famiglia dalla “signora” Pecora-Cannata e dai suoi congiunti in tutti gli ospedali dove è stata ricoverata la nonna. Parallelamente, da quel momento la famiglia Cannata ci renderà impossibile, di fatto, ogni contatto con mio nonno.

Ed è qui che questa storia diviene sempre più strana. Allorquando mio padre ha dovuto far fronte alle prime spese necessarie al trasferimento di nonna presso una clinica specializzata, abbiamo scoperto che quel libretto di risparmio postale dei nonni riservato alle emergenze era stato prosciugato. Non c’era più nulla! Oltre quindicimila euro si erano volatilizzati in meno di un anno.
Non di meno scopriremo grazie a dei conoscenti che nonno Aldo (da alcuni anni anche con la pensione d’accompagnamento per invalidità) non solo aveva recentemente fatto richiesta in assoluto segreto di un prestito di diecimila euro (10.000 euro!) cedendo un quinto della propria pensione, ma si era recato a Palmi per aprire un conto corrente bancario cointestato assieme alla nipote Luana Cannata.

Cioè, nello stesso periodo in cui rischiava di perdere la casa, tra risparmi, pensioni e strani prestiti svanivano nell’aria qualcosa come trentamila euro.

Ovviamente, data la situazione e conoscendo i propri polli, mio padre e mio zio hanno deciso di tutelare mio nonno dalla dilapidazione del proprio patrimonio residuo appellandosi formalmente e con procedura d’urgenza al giudice tutelare affinché procedesse alla nomina di un “Amministratore di sostegno”, ovvero di un istituto giuridico di recente istituzione atto a tutelare civilmente gli interessi patrimoniali di ordinaria e straordinaria amministrazione di chi evidentemente non è in grado di ottemperare autonomamente alle proprie necessità. Preciso anche che in fase di richiesta i due fratelli hanno manifestato disponibilità al giudice affinché tale ruolo potesse essere svolto da mio padre, il quale ha comunque significato per iscritto la propria preferenza verso la nomina di persona estranea alla famiglia.

In autunno ormai inoltrato, come ogni procedimento, il giudice convoca tutte le parti, ovvero mio nonno ed i suoi tre figli. In udienza nonno arriva accompagnato dalla figlia, e dichiara (anche per il tramite dei suoi avvocati, che sono anche per uno strano caso del destino i medesimi della figlia) di essere sano come un pesce, di poter “giocare al pallone” e che i diecimila euro del prestito li ha dati alla nipote Luana Cannata. Non solo, gli avvocati (che, ripeto, sono i medesimi avvocati che difendono la figlia) hanno anche informato il giudice che nonno Aldo aveva già sporto diverse denunce contro mio padre, me e tutta la mia famiglia.

Quindi, ricapitolando. Nonno e nonna rischiavano da venticinque anni di perdere la loro casa. In meno di un anno spariscono quindicimila euro dal libretto di risparmio postale, ed è tutto normale, e un nonno consegna vigliaccamente e segretamente diecimila euro ad una dei suoi nove nipoti. Mentre quel povero coglione di nipote che aveva ridato serenità alla sua vecchiaia e salvato l’onore di un nome che evidentemente, lui sì, merita di portare, si beccava solo le rogne del mutuo e anche diverse denunce proprio da parte sua.

Grazie, nonno! Autorizzo sin d’ora chiunque dei miei eventuali figli e nipoti a dichiararmi immediatamente interdetto e farmi morire solo come un cane qualora potessi mai far loro la metà della metà di quello che avete fatto a me.

Da quel giorno porto nel cuore una ferita mortale, che non basterà una vita per rimarginarla. Mai, mai, mai avrei potuto minimamente immaginare che mio nonno, il mio sangue, il mio nome, potesse riservarmi un trattamento simile. E’ orrendo, è assurdo. Ma così è.
Ed è pacifico che, considerando irrimediabilmente rotto ogni rapporto affettivo anche con lui, se non fosse stato per lo stato di salute della nonna avrei dovuto subito indicargli la casa di riposo più vicina e richiedergli formalmente le chiavi di casa.
Ma sono un essere umano, non una bestia.
E infine, dopo diversi tentativi formali ed informali portati avanti con somma pazienza dall’avvocato Giulio Varone, constatato lo sterile e deleterio ostruzionismo di padre e figlia e dei loro legali, sono stato costretto a richiedere l’intervento dell’ufficiale giudiziario per l’immissione in possesso del solo garage e piano terra (come sarà effettuato il prossimo 15 febbraio).
D’altra parte, sono il povero nipote volenteroso e coglione di sempre. Ed ho un cuore, io.

Tra l’altro, mi risulta che la casa in questione già da un paio di mesi non sia abitata dai nonni, i quali starebbero giovando delle amorevoli cure della figlia e dei nipoti prediletti.
Eh sì, d’altra parte, il povero nipote coglione e la sua famiglia hanno scelto chiaramente una strada di vita, e fino ad oggi la stampa locale e nazionale lo ha dignitosamente seguito per fatti ben noti.
Anche altri, suvvia, sono già finiti sui giornali locali e non, ma per presunti fatti disdicevoli, graziati da omissis e protetti da anonime iniziali.

A chi ha avuto la pazienza di leggere tutta questa storia, specifico che ho scritto tutto ciò solo perché la “signorina” Luana Cannata, quella dei diecimila euro, da ieri ha avviato una campagna di spamming incitando all’odio contro il sottoscritto perché secondo lei, che mente sapendo di mentire e che si è assunta ogni responsabilità penale e civile di ciò che ha fatto, starei “sfrattando di casa i miei nonni” e quindi non sarei in qualche modo degno di occuparmi di antimafia.

Ci sono tante cose che ho ritenuto doveroso e dignitoso non scrivere, perché non è questa la sede e perché, nonostante tutto, vorrei che questa sia la prima e ultima volta che porto i panni sporchi fuori da casa mia. Sono stato costretto a farlo, per difendermi da una sequela di accuse ignobili ed infami, ed il Signore Iddio mi è testimone di quanto io in questo momento possa esserne felice e/o compiaciuto.

Una volta uno stretto congiunto della Cannata, dopo avermi aggredito fisicamente mi disse “Prima o poi qualcuno te la farà abbassare la cresta. Ricordatelo”. Lo/li aspetterò con il sorriso, come ne aspetto tanti altri.
Nel frattempo spero che quanto raccontato possa servire a far abbassare a questa gente non la cresta ma la testa, per la vergogna, ogni qual volta metterà piede fuori di casa.
Nell’attesa che la giustizia faccia il suo corso e che loro, e chiunque presterà il fianco (legali in primis) a questa ignobile sceneggiata di menzogne, abbiano tutte le condanne che meritano.

Aldo Vincenzo Pecora

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