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I nostri dati valgono più dei soldi (ma li regaliamo a Facebook e Google)

I nostri smartphone raccolgono continuamente informazioni su di noi, e noi le regaliamo ai colossi tecnologici. Saremo pure dei mostri del digitale, ma sui nostri dati siamo veramente stupidi

I nostri dati valgono più dei soldi (ma li regaliamo a Facebook e Google)

La tecnologia è una cosa bellissima. Ci aiuta a vivere meglio, a organizzare le nostre relazioni, ci fa risparmiare tempo e soldi, ci guida da un punto A a un punto B. Eccoci qui, quarant’anni dopo la promessa di Bill Gates, con Windows, di portare “un pc in ogni famiglia”, e dieci da quando il suo acerrimo amico Steve Jobs, con l’iPhone, è riuscito a portare “Internet in ogni tasca”.

La tecnologia è una cosa bellissima. Internet è una cosa bellissima. Pensate, il nostro smartphone sa più cose di noi del nostro migliore amico, quello che conosciamo da una vita, sin da bambini. Sa più cose di noi dei nostri genitori, fratelli, sorelle. Sa più cose di noi del nostro capo, del medico, del salumiere di fiducia, del direttore di banca. Sa quanti soldi abbiamo sul conto (e quanti conti abbiamo), se siamo assicurati (e per cosa). Conosce le nostre abitudini, i nostri dati biometrici, sa se, quando e quanto ci muoviamo, dove andiamo, se siamo delle schiappe a correre, quali video guardiamo, cosa compriamo. Persino cosa stiamo per comprare e poi non compriamo (e lo ricorda per mesi). Grazie ai social, poi, il nostro fido device sa con chi interloquiamo di più, e con chi faremmo volentieri una scappatella. In alcuni casi può anche contribuire a risolvere un delitto.

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Insomma, dove lo troviamo un compagno di vita così? Un solo, piccolo, device che comunica secondo per secondo con la nostra automobile, con la nostra casa, il nostro tv e persino il nostro frigorifero. E poi, a proposito Internet of Things e di case intelligenti, che meraviglia quei fantastici oggetti che presto entreranno anche nelle case di noi italiani: gli home assistant, li chiamano, che registrano tutto, ci leggono ad alta voce le mail, sanno se e quando abbiamo degli ospiti in casa, imparano a conoscerci meglio ogni giorno e a facilitarci la vita.

L’economia dei dati

Che meraviglioso patrimonio di informazioni. Raccolte come piccole briciole, ogni giorno, ogni attimo delle nostre vite!

Un tempo, quando le parole erano ancora importanti, li chiamavano dati personali. Oggi di personale hanno tutto e niente. Tutto perché mai come in quest’epoca il dato è diventato iper-profilato e profilabile. Niente perché non sono più della persona che li produce, né dello Stato dove nasciamo, cresciamo, lavoriamo e paghiamo le tasse. Sono dati personali, ma non sono più nostri. Né, qualora dovesse accaderci qualcosa di brutto, dei nostri cari. Esemplare è la storia di quel papà che scrisse ad Apple per chiedere di poter accedere al dispositivo del figlio, morto, perché lì c’erano gli ultimi ricordi insieme. Non si può fare, gli risposero da Cupertino. Una questione di privacy.

Privacy is the new segreto bancario

Ebbene sì, la privacy. Non è più una prerogativa di istituzioni e governi democratici ma delle aziende tecnologiche. Difendere la privacy degli utenti vuol dire non rompere il vincolo di fiducia che, nell’era dell’IoT, si instaura tra vendor tecnologici e compratori. Io fornisco a te un oggetto che diventa sempre più “personale”, raccolgo molti dati (che spesso uso per profilazione e marketing, anche se a te utente non lo dirò mai), ma della tua vita solo io, la tua azienda, so tutto. Un po’ come il segreto bancario o quello medico.

Quindi questi dati non verranno mai consegnati all’esterno, ci promettono. E’ per certi versi forse anche meglio così, anche perché queste società hanno oramai un valore commerciale superiore al Pil di uno Stato. E lo Stato, quindi la politica, è corruttibile. Un ricco (e potente) non lo compri con altri soldi.

Ma non è questo il punto. Io posso scegliere consapevolmente di far custodire i miei dati a qualcuno, così come faccio con i miei risparmi e gli oggetti di valore. Scelgo io se tenere la cassaforte in casa oppure depositare tutto in banca.

Il punto è un altro: siamo ignoranti, perché ancora non abbiamo capito quanto valore abbiano davvero i nostri dati.

Se con un virus ransomware qualcuno entra in possesso di nostre foto compromettenti e ci ricatta, paghiamo, e non poco, perché temiamo lo sputtanamento. Ma, di contro, per anni non abbiamo mai dato alcun valore alle tracce di tutto ciò che facciamo su Internet, dalle letture di questo o quel sito, alle ricerche su Google, agli acquisti su Amazon (e al controllo invasivo delle nostre abitudini di consumo da parte di tutti quelli cui accordiamo il login attraverso il nostro profilo social), al like che diamo o riceviamo su Facebook o Instagram, alla nostra rubrica dei contatti.

E quindi ci meritiamo tutto. Ci meritiamo la mail di spam, ci meritiamo la telefonata dal call center con sede in Albania, ci meritiamo il furto di identità. Perché se non sappiamo quanto valgono per noi i nostri dati allora non li tuteleremo mai.

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“Tanto è gratis”

Ci propongono l’iscrizione a Facebook gratuitamente, così come gratuitamente utilizziamo Google. Se ci facessero pagare un abbonamento, in cambio della promessa di non profilarci, quanti di noi, sinceramente, sarebbero disposti davvero a sottoscriverlo?

Il vero business model dei social network siamo noi, le tracce che lasciamo quando navighiamo, consumiamo, visualizziamo o clicchiamo inserzioni. Senza questi dati verrebbe meno tutto il modello economico. Tant’è che è possibile dare anche un valore economico ad ogni iscritto: stando ai bilanci 2016 di Facebook, il valore medio di un utente si aggira intorno ai 16 dollari.

facebook whatsapp

E val bene dedicare minuto a un’altra app che gira negli smartphone praticamente di tutti: WhatsApp. La piattaforma di messaggistica che è stata acquistato dal gruppo di Zuckerberg per la cifra record di 19 miliardi di dollari e che oggi è installata su oltre 1 miliardo di smartphone nel mondo (20 milioni gli utenti italiani).

Una società, la WhatsApp Inc. che in Italia, ad esempio, non ha alcun ufficio, referente, recapito telefonico o postale. Tant’è che quando la nostra Authority ha avviato dei procedimenti sanzionatori contro il colosso di messaggistica ha dovuto interfacciarsi con la sede legale negli Usa. La Silicon Valley? Come no, se vuoi parlare con uno sviluppatore o un nerd intento a mangiare pizza all’ananas. Le leggi sono quelle del Delaware, Stato a fiscalità “vantaggiosa”, dove la galassia Facebook ha stabilito la sua sede legale. Così come il 60% delle società cosiddette Fortune 500, ovvero la lista delle società statunitensi col più alto fatturato.

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Quanto vale l’industria dei dati in Europa

Secondo uno studio commissionato da DG Connect, l’organo che si occupa di monitorare (e, di fatto, normare, attraverso la Commissione) il mercato europeo delle comunicazioni, diretto dall’italiano Roberto Viola, nel 2016 il comparto dati nell’Ue ha prodotto quasi 60 miliardi di euro, e nel giro dei prossimi tre anni potrebbe raggiungere quota 100 miliardi.

E nell’industria dei dati non ci sono solo i giganti americani: c’è posto per tutti. Qualcuno ha detto che i dati sono il nuovo petrolio, altri che valgono più dei soldi.

Quando andrete a fare la spesa, chiedete se accettano like.

@aldopecora

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