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Oblio? Perché è impossibile cancellare un contenuto da Internet

Un grande investigatore, Umberto Rapetto, ci spiega come si indaga e quant’è lungo l’iter per oblio, oscuramento o rimozione di una foto o un video dal web

Oblio? Perché è impossibile cancellare un contenuto da Internet

Quando una nostra foto o un nostro video finisce sul web non esiste indagine o denuncia in grado di fermarlo. E’ come l’acqua di un fiume che si disperde in mille rivoli, per poi arrivare in un oceano. 

Abbiamo sentito parlare del cosiddetto diritto all’oblio, quello che gli anglosassoni chiamano il “Right to be forgotten” ovvero quel diritto che ciascuno di noi ha ad essere “dimenticato”, specie se i contenuti presenti online che ci riguardano sono passati e non giustificano il diritto di cronaca, ma comunque riemergono e sono raggiungibili (e riproducibili) anche dopo anni.

Internet, media, social e oblio

E’ un tema parecchio discusso, e che tira in ballo siti, giornali, motori di ricerca e social network. Perché racchiude spesso in sé il lato oscuro di quel posto bellissimo perché libero che si chiama Internet. Tanti sono i casi di diffamazione, che spesso originano altre diffamazioni a catena. Quella che Roberto Saviano ha ribattezzato “macchina del fango”. La rete osanna, la rete distrugge. E per farlo basta una frazione di secondo.

Adesso per l’Italia tutto ciò non è più una questione solo per addetti ai lavori, avvocati e tribunali:  soprattutto da quando, un anno fa una ragazza di trent’anni si è tolta la vita dopo aver provato in tutti i modi, con la legge, a far rimuovere alcuni suoi video privati finiti su siti porno e social network.

Un calvario, quello di T. C., che pone molti interrogativi e che ci mette tutti di fronte a una (amara) constatazione: forse, il diritto all’oblio non esiste. O comunque è praticamente impossibile garantirlo al 100%. (*)

Ne abbiamo parlato con Umberto Rapetto, generale in congedo già comandante dei Gat, il Gruppo Anticrimine Tecnologico della Guardia di Finanza, oggi founder e Ceo di una startup, HKAO, che si occupa principalmente di sicurezza di sistemi e reti e della tutela della riservatezza dei dati.

Umberto Rapetto

Umberto Rapetto

Generale Rapetto, è possibile garantire il diritto all’oblio in rete?
«Il fatto che ci sia un diritto all’oblio su internet, che una cosa può essere dimenticata perché non più attuale, è una contraddizione in termini. Ci troviamo di fronte a un problema vero, di carattere pratico, ovvero che noi rivolgiamo un contenuto verso un destinatario, ma in realtà quello stesso contenuto può raggiungere qualsiasi destinazione e riprodursi senza che ci sia possibilità alcuna di fermarlo».

Ho capito male o sta dicendo davvero che è impossibile fermare un contenuto su Internet?
«Ogni contenuto in rete è come una una torcia elettrica puntata in una galleria di specchi. Si replica all’infinito».

Ma parliamo di file, video, immagini. Non si possono “buttare nel cestino” come facciamo con i nostri pc?
«Ci troviamo di fronte a una questione che ha percorribilità giuridica e impossibilità materiale. La rete ha una memoria che è impossibile ibernare. C’è chi ha persino immortalato il nostro passato su internet, un esempio è archive.org, la cosiddetta “WayBackMachine”, la macchina del tempo dove è possibile andare indietro e rivedere siti e contenuti che non sono più online…»

Neanche se lo impone l’autorità giudiziaria?
«L’istanza prodotta dall’avente diritto e, se vogliamo, la possibilità che questo trovi soddisfazione sono inefficaci. Diremmo una bugia dicendo che è possibile cancellare qualcosa dalla rete».

Quindi, è una provocazione ovviamente, tanto vale rivolgersi a un hacker…
«Sarebbe un esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Anche se siamo parte lesa, il nostro comportamento deve rispondere a quello che la legge consente di fare».

La (lunga) filiera della giustizia

Una mia foto privata finisce su Internet e sporgo denuncia, chiedendo innanzitutto che venga rimossa. Poi che succede?
«Partiamo dall’inizio, ovvero dalla scoperta dell’evento da parte dell’interessato o di un soggetto terzo che lo comunica all’interessato. L’interessato ha due nemici essenziali, la vergogna e la scarsa fiducia negli interlocutori, perché pensa “non sono in grado di aiutarmi”. Ci si rivolge comunque all’organo di polizia, che riceve la denuncia. In mezzo ci può essere il passaggio ulteriore, ovvero l’intervento dell’avvocato di fiducia, con quella denuncia l’operatore di polizia deve redigere un’informativa e scrivere alla Procura distrettuale…»

Perdoni l’interruzione. Alla Distrettuale, come per i reati di mafia?
«Sì, adesso i reati informatici sono di competenza delle procure distrettuali e non più di quelle territoriali. Infatti stanno chiudendo anche molte sedi della Polizia Postale lasciandole attive solo dove c’è la Corte d’Appello».

E la procura distrettuale come procede?
«Ci troviamo in un contesto dove non è che si tratta di sequestrare un immobile o un impianto industriale… ci si deve muovere su più vie, che vanno dall’oscuramento o rimozione del singolo contenuto al sequestro del sito. La giurisdizione del magistrato solitamente è “condizionata” da confini, ma su Internet non esistono confini. Comunque… alcuni giorni e il procuratore assegna il fascicolo al magistrato. Ma per le indagini lo stesso delega alla polizia giudiziaria e quindi spesso richiama chi gli ha portato l’informativa. Infatti di solito, quando comandavo il mio reparto, dopo una denuncia si mandava l’informativa e ci si metteva contemporaneamente a lavorare alle prime indagini, per integrarle e per guadagnare tempo, perché sul web questo è fondamentale».

Come bloccare, rimuovere, oscurare un contenuto su Internet

Che tipo di indagini?
«Il primo “ostacolo” è accedere agli archivi che hanno traccia delle registrazioni del nome a dominio, i cosiddetti Nic. Un tempo era obbligatorio indicare l’intestatario di dominio, censito nel cosiddetto “WhoIs”. Ora invece l’identificazione è ostacolata da soggetti intermediari che non esitano ad offrire sistemi di anonimato».

Ma non esiste anonimato che tenga per un bravo investigatore…
«Una volta che ho identificato amministrativamente chi è il responsabile posso rivolgermi a lui. Altrimenti traccio materialmente la macchina, ottengo l’IP, e con un tracing più efficace magari anche una sua localizzazione. Se lo trovo mando qualcuno sul posto e faccio spegnere il server. Però spesso…»

Spesso?
«Purtroppo queste operazioni innescano, venendo meno il traffico su quel contenuto, si spostano su un altro server mirror. E ricomincia tutto da capo».

E in caso mi trovassi filmato o fotografato di nascosto, come si fa a scoprire l’autore?
«Noi facevamo dei “giochi di simulazione”… comunque anche se il contenuto è stato replicato all’infinito si può sempre risalire al file originale: una foto o un video contiene come un’etichetta che dice da quale smartphone è stato creato, se è attiva la localizzazione sappiamo anche dove è stato creato, eccetera».

Chi ci protegge

Quindi siamo molto più avanti rispetto al passato, anche sul piano normativo?
C’è la Convenzione di Budapest (sulla criminalità informatica, ndr), che è stata varata nel 2000 è e ha trovato sottoscrizione da parte molti Paesi ma non da tutti. In Italia è stata recepita 8 anni dopo, nel 2008, e questo dice molte cose…».

Lei ora ha una startup che si occupa di sicurezza informatica. Che fine ha fatto il suo reparto?
«C’è, c’è, ma non se ne parla più. Quando lo comandavo io si chiamava Gruppo Anticrimine Tecnologico, poi è diventato Nucleo Speciale Frodi Telematiche e ora Nucleo Speciale Frodi Tecnologiche. Purtroppo è sottoutilizzato, ai miei tempi eravamo tre ufficiali, ora mi pare siano il triplo. Numeri da fanteria, quando invece in indagini del genere servono bravi operatori e tecnici specializzati».

@aldopecora

* Questo articolo è stato pubblicato su CheFuturo! il 16 settembre 2016. Il paragrafo riguardo il suicidio di T. C. è stato modificato/attualizzato il 3 dicembre 2017, anche rimuovendo il nome della ragazza.

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